DALL' OMICIDIO
"INCOMPRENSIBILE" FINO AL RAPTUS: MISTERO O QUADRO DI RIFERIMENTO
INCOMPLETO?
Renato Cocchi, neurologo e psicologo medico.
Sociologo.
Riassunto.
Omicidi "incomprensibili" e
raptus trovano maggiori possibilità di spiegazione se alle usuali linee
interpretative della psicologia e della psichiatria forense si aggiungono gli
apporti della neuropsicopatologia e della neurochimica nell'ambito delle
reazioni di stress, del pensiero intrusivo, e dell'inversione di dominanza
emisferica, specie emotiva.
Alla luce di questi possibili apporti
sono stati esaminati l'omicidio di una persona, di solito un familiare e il
suicidio; l'omicidio multiplo, di familiari o di estranei con o senza relativo
suicidio; il raptus vero e proprio. Questa integrazione interpretativa però non
implica assolutamente una facilitazione dell'imputabilità dell'omicida, semmai
il contrario.
Parole chiave: omicidi incomprensibili,
raptus, stress, reazioni, pensiero intrusivo, dominanza emisferica, inversione.
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Introduzione.
Notizie di cronaca hanno riportato, con accentuata
frequenza, fatti di sangue, nella forma di incomprensibili omicidi, singoli o
multipli o di omicidi-suicidi, commessi da soggetti talvolta anche in
trattamento psichiatrico.
La messa in rilievo di quest'ultima
condizione ha due possibilità di lettura. Per la prima, si può ammettere che
nonostante una terapia psichiatrica adeguata, gestita da un professionista o da
una equipe di esperti, la struttura bio-psicologica del paziente é sfuggita di
controllo, con seguito infausto. "Del cervello sappiamo ancora troppo
poco" diventa la consueta giustificazione fatalistica ex post factum.
Per la seconda lettura, la terapia era
sicuramente inadeguata, perché era tale anche la diagnosi. Resta da vedere se
fosse stato possibile fare diversamente, pur pensando che, nella maggioranza
dei casi, sarebbe stato molto difficile. Si deve inoltre dire che in epoca
antecedente al maggio 1978 era permesso il ricovero coatto in ospedale
psichiatrico, in osservazione, sulla base di un giudizio di pericolosità
sociale. Nessuno, e io meno che mai, chiede di ritornare a quei tempi, benché
abbia visto che qualcuno dei Trattamenti Sanitari Obbligatori (TSO)
psichiatrici attuali é ancora fatto sulla scorta del criterio della
pericolosità.
Pur avvenendo ciò con le migliori intenzioni,
si tratta pur sempre di indicazione non prevista dalla legge per l'attuazione
di un TSO psichiatrico, ma il buon senso, talvolta, ha l'occhio più lungo della
legge, specie se é stata una legge discutibile e discussa.
Ne consegue comunque che oggi il medico,
anche lo psichiatra, ha meno possibilità di demandare l'osservazione di un
soggetto in ambiente controllato durante l'intera giornata.
L'uso degli psicofarmaci, identificati
popolarmente solo come "i sedativi", spesso è scarsamente modulato, e
basato sul prevalente sintomo psichico riportato. In soggetti decisi a non far
capire la loro situazione, si può sottovalutare lo stato di disagio, o la
condizione, cosiddetta "borderline", al limite della psicosi, e non
centrare quindi la scelta della combinazione terapeutica più efficace, ammesso
che ce ne sia una.
In più, lo stereotipo culturale della
"tossicità degli psicofarmaci" sempre e comunque, porta ad una sorta
di contrattazione con il paziente per le dosi, che poi non si sa se verranno
regolarmente assunte.
Non sempre però il futuro omicida ha avuto
contatti con strutture psichiatriche, anzi spesso i vicini si meravigliano a
posteriori come un individuo così perbene e tranquillo abbia potuto commettere
un atto tanto nefando.
Se poi la cosa capita, come sta talvolta
avvenendo, in esponenti delle forze dell'ordine, o della vigilanza in generale,
alla meraviglia si aggiunge una certa preoccupazione per i filtri imprecisi dei
criteri di arruolamento e per la insufficiente attenzione all'equilibrio mentale
dei singoli nel corso degli anni.
Il fondo comune dei delitti
"incomprensibili".
Tre sono i tipi di delitto che interessano
questa disamina:
Del primo, un sottotipo può avere una
spiegazione razionale compassionevole che talvolta lo giustifica in qualche
modo, anche se non lo approva, mentre il secondo e il terzo tipo sfuggono quasi
sempre ad ogni logica usuale.
Alla base di tutti tre c'è un meccanismo
unico, la perdita di controllo della mobilità del pensiero, condizione che è
necessaria ma sempre non sufficiente.
In stati depressivi che impropriamente si
definiscono nevrotici, si riscontra, se lo si indaga, il sintomo della perdita
della mobilità del pensiero. Il paziente dice che il suo cervello pensa troppo,
pensa per conto suo, pensa di continuo, "come un mulino che macina senza
fermarsi". A volte ha addirittura l'impressione che il cervello continui a
pensare anche durante il sonno.
Questa specie di pensiero intrusivo è
fluttuante, senza un contenuto costante. Una delle sue conseguenze negli
studenti è che porta alla mancanza di concentrazione, fino alla interruzione
degli studi (vedi: www.stress-cocchi.org/Droping1-it.htm);
(www.stress-cocchi.org/Droping2-it.htm) e (www.stress-cocchi.org/Droping3-it.htm).
Diverso, e più rilevante, per quanto qui
interessa, è il pensiero intrusivo fisso (l'avere una "fissa" della
cultura popolare) sia a tematica persecutoria e sia come perdita di speranza,
vera o presunta.
Al di fuori del raptus vero e proprio, in
tutti gli altri casi c'è sempre anche una premeditazione sia pur di tipo
prevalentemente emotivo. E' un po' la storia dell'elefante che, si dice, può
vendicarsi dopo mesi o anni di una violenza ricevuta. Nel caso dell'omicidio o
dell'omicidio-suicidcompassionevoli, è più evidenziabile anche una componente
di premeditazione in qualche modo razionale.
Omicidio, o omicidio-suicidio.
Senza pretendere di essere del tutto
esauriente, mi sembra che siano 4 i sottotipi di omicidio o omicidio-suicidio
più frequenti sotto questa specificazione.
4. Soppressione dell'altro, cui già si era
legati in un rapporto amoroso senza futuro, o che, ora ex fidanzato, ha voluto
sciogliere il legame di coppia. Può essere seguito da suicidio, specie nelle
coppie di amanti con legame extraconiugale. Ultimamente, nel caso di
ex-fidanzati, a differenza che in passato, sono gli uomini, spesso giovani, a
perpetrare il delitto, e la sua frequenza sembra aumentata.
Per i primi tre di questi quattro sottotipi
non sono compatibili tutte le caratteristiche del raptus, essendo eventi spesso
lungamente meditati, sia pur per il tramite un pensiero distorto. Solo il
momento dell'esecuzione omicidiaria può rassomigliare ad un raptus, ma la
premeditazione ne esclude la specificazione. Il quarto tipo può anche essere
originato, ma non sempre, da un raptus che si innesta su una personalità
fragile e abbandonica (vedi oltre).
Il suicidio, pur non necessario nel primo,
nel terzo e nel quarto tipo, in essi é in qualche modo una specie di omaggio
alla legge: mi giudico colpevole, mi condanno e mi punisco con la pena
capitale. La variante non suicidiaria sembra confermare questo rapporto con la
legge, con l'omicida che avverte telefonicamente polizia o carabinieri, e li
aspetta sul luogo del delitto, o che va subito in caserma a costituirsi.
Nel primo sottotipo e' sottintesa una
reazione biologica da stress. Alla situazione insostenibile, non potendosi
reagire con la fuga, e rifiutando il blocco inane, si reagisce con l'attacco:
mors tua, vita mea.
Nel secondo sottotipo, il suicidio è
coerente con un delirio di rovina, che presuppone un destino negativo
incombente su tutta la famiglia, omicida compreso. Purtroppo si trattava di un
delirio, e quindi la soluzione era falsamente altruista, anche se
l'omicida-suicida era convinto che fosse tale.
Il terzo sottotipo e' il più
"razionale", e quindi il più comprensibile, anche nell'ottica del
male minore, e chiaramente implica la perdita di ogni speranza, perfino
religiosa.
Il quarto sottotipo è spesso il più
incomprensibile, stante la differenza abissale tra motivazione e fatto. Spesso
i giovani omicidi sembrano ignorare o non accettare che "morto un papa, se
ne fa un altro", ciò che indica, in quest'ambito, una capacità critica del
tutto immatura.
Negli eventuali sopravvissuti al suicidio, o
in chi si va a costituire ricorre una giustificazione comune: l' omicida
afferma che doveva fare quel che ha fatto, e che non aveva altra scelta. Ciò
conferma la coartazione del pensiero.
Si direbbe che la ridotta mobilità del
pensiero implichi che lo stesso venga informato esclusivamente di contenuti
negativi o opposti (es. odiato invece che amato, bianco invece che nero, morte
invece che vita, ecc) propri dell'emisfero non dominante, o della sua parte
emotiva (vedi www.reversebrain.net/index-it.htm).
La temporanea presa di dominio dell'
emisfero cerebrale opposto, almeno per certe funzioni, fa si che non solo il
bicchiere riempito a metà venga visto come mezzo vuoto (vedi www.reversebrain.net/TGF3.htm), ma addirittura solo vuoto.
L'aumento della quantità di stress non é
necessariamente psicologico, può essere anche fisico, come, ad esempio, il
persistente caldo afoso, dell'estate 2003 (vedi: www.stress-cocchi.org/index-it.htm).
L'omicidio multiplo.
L'omicidio multiplo, di familiari o di
estranei con o senza relativo suicidio deve essere suddiviso, a sua volta, in
almeno due sottotipi:
Il serial killer.
Anche nel serial killer c'è di sicuro una
perdita di controllo della mobilità del pensiero, ma quasi certamente preceduta
da una dominanza emisferica opposta, con prevalenza del male per il male
(l'efferatezza, secondo il punto di vista di una dominanza cerebrale normale).
Presenti anche il gioco a rimpiattino con gli investigatori, e convinzione di
farla sempre franca, confermata dai mezzi di comunicazione di massa che
amplificano le gesta e dei quali il serial killer è attento seguace. Non esiste
suicidio a posteriori.
Il momento dell'omicidio, con vittima
casuale o rituale (persona con le medesime caratteristiche, fisiche o d'altro),
sembra obbedire ad una necessità contingente. Il serial killer non è
abitualmente un sistematico per quel che riguarda il momento omicidiario (a
meno che giorno della settimana, ora e luogo non facciano parte anch'essi del
rituale), ma forse uccide a seguito di un qualche suo impulso interno, quando
cioè "non può farne a meno".
Pertanto se l'atto diventa una sorta di
"automedicazione compensativa" temporanea, il compenso, per quanto
fragile, si può mantenere anche per tempi lunghi, settimane o mesi. In alcuni
casi sono state confessate voci allucinatorie imperative che avevano costretto
l'omicida a compiere il delitto con una urgenza non rimandabile. La ritualità
può manifestarsi anche solo dopo l'omicidio, con asportazione della medesima
parte del corpo della vittima, o altro atto ripetitivo di scempio del cadavere.
L'increzione adrenergica e cortisolica
dell'aggressività omicida non manca ma non diventa l'unico fine. Del tutto
improbabile, da ultimo, un serial killer di familiari.
Il pluriomicidio esplosivo.
Come già accennato sopra, il pluriomicidio
esplosivo può essere familiare o extrafamiliare.
Il pluriomicida familiare ha spesso un
movente che sembra vendicativo in senso lato, quando avviene come ultimo atto
di una riconciliazione negata dopo separazione coniugale, o di un
"torto" divisorio in questione di eredità o di beni familiari.
Sembrerebbe una specie di "muoia Sansone con tutti i filistei" in cui
però, fatti fuori i filistei, la morte di Sansone viene rimandata e molto
spesso non messa in atto, o trasformata in carcere (morte civile).
Se l'uccisione del coniuge potrebbe
rientrare in questo schema, quella dei figli, spesso di giovanissima età, non
si riesce proprio a situare entro questa cornice di riferimento. Più facile
spiegarla con meccanismi di normale funzionamento della rete neuronale che
portano ad "identità per similarità e per contiguità" e di
"opposizione". In quanto simili e contigui al coniuge, i figli
vengono assimilati a quest'ultimo (identità per similarità e identità per
contiguità) e egualmente odiati (opposizione).
Il lasciare una lettera che viene ritrovata
dopo il suicidio, o l'uso preventivato di un'arma, portata con sé da fuori,
difficilmente fa classificare questo pluriomicidio come raptus puro. Ciò non
toglie che talvolta esso possa darsi come reazione incontrollata ad una
frustrazione contingente, nel qual caso l'omicida si serve di uno strumento
trovato sul posto. Comunque, per parlare di raptus, non deve essere ritrovato
alcun elemento esterno che denoti una preparazione all'omicidio familiare
multiplo, seguito o no dal suicidio.
E' ben vero che la sequenza omicida può far
seguito alla frustrazione da riconciliazione negata, ma la natura spesso
violenta dell'omicida, causa principale della separazione legale, è un elemento
esplicativo solo parziale. Ad essa si devono assommare la perdita della
mobilità del pensiero, la paura dell'abbandono, e da ultimo, l'inversione di
dominanza cerebrale, almeno per la sua componente emotiva. Se l'amato diventa
odiato, anche per i figli è finita, come spesso avviene.
Catullo, il poeta latino, ha sperimentato di
persona la compresenza emotiva dell'opposto, per Clodia/Lesbia: "Odi et
amo", odio e amo. "Forse chiederai come sia possibile. Non lo so.
Sento che avviene e sto malissimo" (excrucior). Ma in lui negativo e
positivo si bilanciavano e alla fine la risolse da poeta "Quella Lesbia
...ora nei quadrivi e negli angiporti munge i magnanimi nipoti di Romolo".
Nel nostro caso anche i sentimenti di
affetto per i figli incolpevoli vengono del tutto soppressi perché il contrario
diventa dominante.
L'aspetto confusionale, che spesso residua
in questi pluriomicidi familiari non suicidi è il testimone di una condizione
di massimo stress biopsicologico cerebrale. E' assai probabile che anche qui
elementi stressogeni esterni (caldo afoso, ad es.) possano influenzare il
momento del passaggio all'atto, per il meccanismo sommatorio sopra riportato.
Il pluriomicidio esplosivo extrafamiliare si
può distinguere per almeno tre tipi diversi;
i. Il pluriomicidio parafamiliare o sociale,
con o senza suicidio dell'esecutore.
ii. Il pluriomicidio parafamiliare o sociale
seguito da fuga con percorso costellato da altre vittime.
iii. Il pluriomicidio "casuale".
Il pluriomicidio parafamiliare o sociale
(tipo I) ha come vittime gruppi di persone che sono in un contesto di
familiarità con l'esecutore (insegnanti e compagni di scuola, compagni di
lavoro, ecc.,) da cui ci si sente in qualche modo perseguitati o non accettati.
L'idea persecutoria riguarda il gruppo, come insieme, e non le singole vittime.
Nel caso di pluriomicidi messi in opera da adolescenti, di essi può agire una
coppia, compartecipe delle medesime idee interpretative, del bisogno di
affermazione e di vendetta.
Il suicidio dell'omicida non è l'atto finale
più comune. Più frequente, anche in relazione all'età più giovane, lo stato
confusionale post-esplosivo. Fragilità, ipersensibilità, perdita della mobilità
del pensiero, una sorta di folie à deux, nel caso delle coppie omicide, somma
degli stress, anche fisici, e inversione della dominanza emisferica, almeno per
l'emotività, sono gli elementi per cui l'esecuzione avviene in un momento non
casuale.
Per quanto l'aspetto dell'esplosività possa
far pensare diversamente, non é presente raptus.
Il pluriomicidio di tipo II non si
differenzia dal primo, se non per il fatto che l'omicida o gli omicidi, datisi
alla fuga, uccidono persone che incontrano o senza ragione o perché le
ritengono, in qualche modo, di ostacolo alla fuga stessa. Questa seconda parte
del pluriomicidio non è più esplosiva anche se, nell'uccisione senza ragione di
singoli, sembrerebbe che la spinta omicidiaria continui con una sorta di
iteratività, come se ci fosse il bisogno di consumare un eccesso di energia che
la parte esplosiva non ha esaurito. L'uccisione di persone giudicate di
ostacolo alla fuga ha invece una sua giustificazione perversa ma comprensibile.
Anche in questo caso, una eventuale componente di raptus, se insorge, é
mascherata da una precisa premeditazione.
Il pluriomicidio "casuale" (tipo
III) é quello in cui la scelta delle vittime non ha abitualmente alcun tipo di
legame con l'omicida. E' un pluriomicidio condotto con arma da fuoco ed é
quello in cui da una postazione nascosta (es. una finestra su una piazza) si
spara su chi capita.
E' evidente, in questo caso, che le vittime
sono solo dei bersagli mobili, perché quel che conta è l'atto violento in sé.
L'omicida e' una persona abitualmente violenta o che ha bisogno di violenza. In
Usa può essere un ex soldato che, lasciato l'esercito, non ha più a
disposizione bersagli umani socialmente accettabili (il nemico, in guerra). In
Italia può essere un frequentatore di poligoni di tiro, luoghi che ad un certo
punto diventano insoddisfacenti a contenere la pulsione aggressiva.
E' capitato che il primo bersaglio sia stata
una persona con cui l'omicida aveva un legame affettivo. E' mia impressione che
la scelta di tale persona sia stata solo quella di un bersaglio più comodo, una
facilitazione. E' difficile ammettere che ci sia una componente di raptus in
tale sequenza, il che non vuol dire, come è già stato premesso, che la capacità
di intendere e di volere sia intatta.
Il raptus
Da ultimo occorre parlare del raptus,
concetto variamente inteso e sicuramente troppo abusato come spiegazione di
delitti incomprensibili. Già nel 1969, Forrer lamentava che fosse un tema poco
frequentato.
Anche il recente convegno milanese sul
raptus (2001, atti mai pubblicati ma reperibili su Internet), non ha apportato
nuove linee interpretative, meno che mai del tipo qui tentato.
Ne sono state comunque riprodotte qui alcune
parti, specie di tipo definitorio.
"Il raptus è, secondo me, quello che
appare improvvisamente e che può essere spiegato soltanto dopo che è avvenuto
in certe occasioni.
Si parla di raptus quando una persona
commette un gesto, solitamente delittuoso, che non sembra possa rappresentarne
le intenzioni. Quindi indica una temporanea incapacità di auto-coordinarsi.
Quando si agisce in preda a un raptus possono essere commesse azioni
irreparabili." (Stella, 2001).
"Nella Giurisprudenza italiana la
parola raptus viene utilizzata solo per quanto riguarda il raptus epilettico,
cioè il compimento di un comportamento del tutto improvviso, assolutamente poco
chiaro (ci sono due sentenze, o tre), come fatto che consegue e avviene in una
fase epilettica." (Bertolino 2001).
Anche in una accezione più larga di quella
prevista dalla giurisprudenza italiana, il raptus non può avere elementi di
premeditazione.
Un' arma del delitto, come avviene nella
maggioranza dei casi, deve essere reperita sul posto dall'omicida, o deve
essere qualcosa che abitualmente costui porta con sé (un coltello, in certe
popolazioni, potrebbe essere anche l'arma di un raptus).
Se l'atto delittuoso fosse avvenuto per
strangolamento, il raptus ci potrebbe stare, per soffocamento la cosa é già più
dubbia, perché richiede, in qualche modo, una preparazione che mal si accorda
con una "tempesta" neuropsicopatologica a corto circuito.
Nell'uccisione a pugni, non infrequente, non c'é premeditazione.
Se ci si limita agli aspetti neurochimici
dell'omicida - ma questa non vuole essere una giustificazione - il raptus
sembra un meccanismo di difesa tramite increzione adrenergica e cortisolica. La
difesa e' diretta verso l'interno dell'omicida stesso. Di fronte ad uno stress
che è massivo perché tale, o relativamente massivo, perché la soglia di
tolleranza dello stress, dell'omicida, era più bassa, il rischio del collasso
imminente e forse fatale, da iper-reazione vagale e parasimpaticotonica può
essere contrastato solo con una risposta simpaticotonica che rialzi la
pressione anche solo temporaneamente. Dei tre noti meccanismi di reazione allo
stress, fuga, attacco, e impotenza conativa, l'attacco e' quello adeguato allo
scopo.
Nel cervello dell'attore del raptus, omicida
o solo massacrante, sembra avvenire un'altra modificazione che riguarda l'acetilcolina,
inibita centralmente e aumentata in periferia.
Di qui gli aspetti confusionali ancora
visibili post factum, e l'accresciuta forza muscolare che giustifica la
spaventosa violenza del raptus.
E' possibile che, successivamente, l'omicida
dimentichi completamente quanto ha fatto, o che, in altri termini, il raptus
sia avvenuto in condizioni di assoluta incomunicabilità tra i due emisferi
cerebrali? Non mi sentirei di negarlo, ma lo ritengo molto improbabile.
Anche nel raptus in condizioni di astinenza
da oppiacei, dove sono già presenti sintomi vagali e parasimpaticotonici, e in
contemporanea sintomi simpaticotonici compensativi, il rifiuto dei soldi per
ricomprare la droga può scatenare la violenza omicida, specie diretta verso
genitori anziani. Non mi sembra, però, che sia mai stato riportato uno stato di
amnesia assoluta dopo l'atto.
Nel caso particolare del figlicidio materno,
si può sempre parlare di raptus? Già in passato tentammo di dare una risposta a
questa domanda mettendo in rilievo il "ruolo svolto da parte di bambini
per qualche ragione fragili emotivamente e somaticamente, che attentano così
non solo all'immagine di buona madre, tanto importante nella nostra società e
fondamentalmente per la donna, specie per quella con una personalità per altri
versi debole, ma soprattutto alla stessa capacità della donna di riuscire a
mantenere compensata la propria struttura, sia per nei ristretti binari di una
precarietà attuale, preesistente, o indotta dal comportamento del bambino
stesso." (Belacchi, Cocchi e Canestrari, 1983).
Il figlio buttato dalla finestra, perché
erano mesi che di notte piangeva di continuo, togliendo il sonno alla madre,
non ha difficoltà ad essere classificato come raptus. In altri casi, anche
avvenuti nell'immediato post parto, restano molti dubbi.
Conclusioni.
Omicidi "incomprensibili" e raptus
trovano maggiori possibilità di spiegazione se alla usuali linee interpretative
della psicologia e della psichiatria forense si aggiungono gli apporti della
neuropsicopatologia e della neurochimica nell'ambito delle reazioni di stress,
del pensiero intrusivo e della inversione di dominanza emisferica, specie
emotiva. Questo però non implica assolutamente una facilitazione
dell'imputabilità dell'omicida, semmai il contrario.
Bibliografia:
AA.VV. (a cura di Aparo A.): Il Raptus:
un'assenza che ne compone molte altre. Convegno intervenuto il 9 giugno 2001,
Auditorium S. Fedele, Milano.
www.trasgressione.net/pages/raptus/atti_raptus.html
Belacchi C., Cocchi R., Canestrari O.: A
proposito del figlicidio materno. Rass. Studi Psichiat. 1983, 72: 1-9
(numerazione dell'estratto).
Bertolino M.: Intervento. In: AA.VV. (a cura
di Aparo A.) Il Raptus: un'assenza che ne compone molte altre. Convegno
intervenuto il 9 giugno 2001, Auditorium S. Fedele, Milano. www.trasgressione.net/pages/raptus/atti_raptus.html
Forrer
G.R.: Raptus: a neglected psychophysiological phenomenon.
Stella F.: Intervento. In: AA.VV. (a cura di
Aparo A.) Il Raptus: un'assenza che ne compone molte altre. Convegno
intervenuto il 9 giugno 2001, Auditorium S. Fedele, Milano. www.trasgressione.net/pages/raptus/atti_raptus.html
Pubblicato su Lo Spallanzani, 2003, 17: 82-88.
Corrispondenza: Dr. Renato Cocchi, Via Rabbeno, 3,
42100 Reggio Emilia
email: renatococchi@libero.it
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