IPERCORRETTISMI NELLA ACQUISIZIONE DEL LINGUAGGIO VERBALE:  IMPLICAZIONE DI SIMILARITA' E CONTIGUITA' SPAZIALE COME MECCANISMI ASPECIFICI DI FUNZIONAMENTO DELLA RETE NEURONALE

 

Renato COCCHI, neurologo,  psicologo medico e sociologo.

 

Riassunto

Osservando la regolarità temporale del fenomeno degli ipercorrettismo durante l'acquisizione del linguaggio, si fa l'ipotesi che esso sia dovuto all'azione di meccanismi "logic" extralinguistici/prelinguistici propri del funzionamento della rete neuronale del S.N.C., e tali da terminare la costruzione/percezione di identità per sovrapposizione neuronale spaziale (la cosiddetta " identità per similarità ") e identità per contiguità spaziale o neuronale.

 Questa ipotesi trova sostegno in dati derivati : da ricerche sugli animali, ad es. le api ; da ricerche neurofisiologiche di base sul funzionamento della rete neuronale del S.N.C. ; da ricerche sul linguaggio, programmate con altro scopo ; da studi sulla disintegrazione afasica del linguaggio ; da studi sul linguaggio e sul pensiero schizofrenico.

 

Parole chiave: Linguaggio;acquisizione,linguistica;ipercorrettismi; Identità per similarità,identità per contiguità



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(Questo articolo e' una parziale riscrittura di quello apparso nel 1982 su Riv. Neurobiol. 28: 162-190, dal titolo" Meccanismi "logici" nella acquisizione del linguaggio verbale: Una ipotesi esplicativa neurofisiologica degli ipercorrettismi", senza alcun aggiornamento bibliografico).

 

 Sicuramente molte sono le determinanti biologiche del linguaggio verbale che agiscono a vari livelli [29] e, tra queste, puo' essere interessante proporre ipotesi che giustifichino un aspetto dell'apprendimento del linguaggio nel bambino piccolo.

 Scopo di questo lavoro e' tentare di far luce su come viene appreso il corretto uso morfologico all'inizio di tale apprendimento. Per cio' si  ipotizza e si sostiene che esso sia facilitato da due capacita' "logiche" prelinguistiche. Esse consentirebbero la messa in opera di un processo costruttivo-percettivo  che puo' dar luogo all'identita' tra due percetti.

 Il risultato, a seconda dei casi porterebbe ad una identita' per sovrapposizione, altrimenti nota, impropriamente, come identita' per similarita', e ad una identita' per contiguita' spaziale.

 Per processo costruttivo-percettivo intendo sia l'attivita' di un meccanismo attivo neuronale, sia la sua percezione, che e' intracerebrale.

 Esso puo' dar conto non solo di precisi fenomeni che si osservano nei bambini piccoli, in corso di apprendimento del linguaggio, ma anche di risultati neurofisiologici, di psicologia comparata, degli studi sperimentali sul linguaggio. Inoltre puo' giustificare un particolare aspetto della patologia del linguaggio in corso di jargonafasia e schizofasia.

 Per quanto riguarda il bambino, si tentera' di fornire un quadro di riferimento a quel particolare fenomeno che viene detto "ipercorrettismo". Curiosamente esso si rivela, in qualche modo, una precisa strategia involontaria messa in atto dal bambino, nel corso dell'apprendimento del linguaggio [6; 15; 20; 21; 41].

 

Quel che avviene nel bambino italiano, che sta imparando a parlare.

 Nella lingua italiana l'ipercorrettismo porta a singolari errori, piu' di sovente nella coniugazione dei verbi.

 Ad esempio: Il participio passato della terza coniugazione ha, come morfema distintivo, il suffisso -ito (sentire/sentito; udire/udito; capire/capito.

 Il bambino che impara a parlare dimostra di conoscere questa regola grammaticale oppure vi si adatta per imitazione, e dice correttamente: Sentito, udito, capito.

 L'ipercorrettismo si presenta, come GUILLAUME indico' fin dal 1927 [20-21], come un processo di costruzione attiva. C'e' un adattamento (accomodamento, in senso piagetiano) nei confronti di nuove situazioni linguistiche, indipendentemente, in apparenza, da un comportamento che sia solo mnemonico-imitativo.

  Succede che il bambino formula egualmente in -ito il participio passato dei verbi irregolari, per cui aprire/aprito, coprire/coprito, o in -ato: scrivere/scrivato, leggere/leggiato. Alla prima persona del presente indicativo si hanno le forme ipercorrette tenio, per tengo; vieno e venio per vengo; salio, per salgo, ecc.

 Se il bambino imparasse la lingua solo per imitazione, questo non avverrebbe perche' sarebbe appresa e usata subito la forma corretta, irregolare. Invece la maggior parte dei bambini italiani (se non tutti) commette questo tipo di errore, che poi non e' altro che immaginare regolare, come dovrebbe essere, cio' che e' in realta’ irregolare. E' il medesimo errore che commettono gli stranieri che apprendono la nostra lingua "per pratica".

 Questo particolare fenomeno e' stato notato e registrato dagli specialisti dello sviluppo del linguaggio infantile [6; 15; 41].

 

Solitamente viene considerato come una singolarita' di scarso peso. C'e' pero' chi si e' chiesto "se il linguaggio, nel suo apprendimento e nella sua utilizzazione, implichi dei comportamenti di tipo 'logico'" [13].

 SLOBIN [49], nel 1971, si sforzo' di approfondire questo fenomeno, sottolineando che esso non si accorda con l'ipotesi comportamentista sull'apprendimento del linguaggio. A differenza delle mie osservazioni e di quanto riportato da autori che si sono occupati dell'apprendimento dell'italiano, come lingua madre, per le lingue inglese e russa, SLOBIN [49] riporta una variazione molto interessante. Il bambino, all'inizio apprende la forma irregolare corretta, poi la abbandona per passare ad una forma ipercorretta, ma errata, per ritornare infine alla forma irregolare, corretta.

 Ad esempio, per l'inglese:

- prima fase: it came (forma irregolare, corretta),

- seconda fase: it comed (forma errata, ipercorretta);

- terza fase: it came (forma irregolare corretta).

 Questo puo' essere spiegato solo ammettendo che nella prima fase il bambino apprenda per imitazione. Nella seconda fase subentra una costruzione attiva, avente tanta forza da essere preferita alla corretta imitazione. Infine nella terza fase sopraggiunge la consapevolezza che la forma imitata, benche' sentita come "scorretta", e' pero' quella che si usa.

 Il bambino italiano che impara a parlare, nella terza fase - non conosco la prima, ma non mi sento di escluderla - apprende, per imitazione consapevole, a servirsi delle forme corrette aperto, coperto, vengo, tengo, salgo, ecc.

 Come mi fu riferito da colleghi stranieri [11], il fenomeno dell'ipercorrettismo riappare nell'adulto, durante l'acquisizione di una seconda lingua, se questa ha forme irregolari.

 Qui pero' sono gia' presenti sia il linguaggio verbale che i meccanismi del pensiero logico, che, come pensiero logico-concreto inizia convenzionalmente verso i 6 anni. Per tali ragioni la significativita' di questo riscontro potrebbe essere discutibile, se questo dato fosse l'unico che abbiamo.

 Esso invece assume una rilevanza propria, per il ripetersi di una strategia d'apprendimento gia' notata durante l'acquisizione della lingua madre, in un periodo sicuramente pre-logico.

 

Tentativo di analisi del fenomeno degli ipercorrettismi.

 Se si osserva bene, con l'uso degli ipercorrettismi il bambino dimostra di stare applicando una regola precisa. Se poi si volesse dare di essa una spiegazione razionalistica, si potrebbe dire che il bambino che impara a parlare Usa un vero e proprio sillogismo.

 Esso potrebbe essere cosi' concepito (in riferimento al verbo aprire):

- tutti i verbi che terminano in -ire [all'infinito] terminano in -ito [al participio passato]:

- aprire termina in -ire;

- aprire quindi fara' [al participio passato] aprito.

 Dato che questi ipercorrettismi vengono messi in opera da bambini che spesso non hanno ancora due anni, e' improbabile, se non impossibile, che essi sappiano gia' maneggiare alcuni semplici principi di logica aristotelica. Altrimenti dovremmo cancellare il periodo del pensiero pre-logico dalla psicologia della eta' evolutiva.

 Se cosi' fosse, ci imbatteremmo subito in alcuni problemi di difficile soluzione. In particolare dovremmo chiederci se questi principi di logica sono appresi contemporaneamente al linguaggio.  Se poi la risposta fosse positiva, il passo successivo sarebbe il doversi richiedere come e perche' essi vengono appresi, e a che scopo, in questa eta'.

 Ma potrebbe anche darsi che essi non vengano appresi durante l'acquisizione del linguaggio, perche' gia' presenti. La loro funzione, allora, come strumento per la acquisizione dello stesso linguaggio, porterebbe a dedurre  che essi fanno gia' parte del patrimonio intellettivo, prima della acquisizione del linguaggio verbale, al pari di una memoria che verra' poi chiamata memoria verbale.

 Posto che questi principi di logica siano pre-verbali, dobbiamo ora ipotizzarne la posizione in riferimento alla logica, come connessa con la struttura e l'attivita' del pensiero, inteso come qualcosa che si svolge in termini di linguaggio verbale. Ne consegue allora che tali principi non possono che essere pre-logici.

 Anche cosi' sorgono nuove difficolta'. Infatti o tali principi preverbali sono appresi grazie alla comunicazione non-verbale che precede il linguaggio verbale, oppure sono indipendenti da qualsiasi tipo di comunicazione, e sono gia' presenti alla nascita come modalita' di funzionamento di meccanismi neurofisiologici.

 Ritengo che questa sia la spiegazione piu' approssimata. Tralasciando qui le conseguenze che essa avrebbe per la logica di tipo aristotelico, queste normali modalita' di funzionamento di strutture neurofisiologiche dovrebbero essere gia' riscontrabili anche nel mondo animale, e non solo tra gli animali superiori. 

 Per la specie umana in particolare, abbiamo detto tali principi "logici" sono extralinguistici e preverbali. Cio' perche' presumibilmente inerenti a diverse strutture neurofisiologiche, tra cui anche quelle implicate nello sviluppo del linguaggio. Ne consegue che pure in eta' adulta dovrebbero dar segni della loro messa in opera, influenzando tutta una serie di comportamenti.

 

 E' pensabile che la preponderante influenza che la comunicazione verbale assume nella vita umana, e principalmente in riferimento all'attivita' conoscitiva, abbia determinato una scarsa considerazione di tutta una serie di accadimenti comuni.

 La stessa logica formale, capacita' ritenuta supremamente razionale ed espressione dello stesso logos, in questo caso sembra essere stata causa di travisamento dell'analisi.

 

Tentativo di spiegazione neurofisiologica del fenomeno degli ipercorrettismi.

 Si esamineranno ora gli esempi precedentemente riportati, con lo scopo di tentare di evidenziare un meccanismo che possa giustificarli.

 La spiegazione proposta presuppone una sorta di consapevolezza, intesa come capacita' discriminativa tra segnali differenti, che sia indipendente dallo sviluppo linguistico.

 Presuppone inoltre una memoria non-verbale. Presuppone infine l'intervento di un meccanismo neurofisiologico in grado di inferire una constatazione di identita'.

 Non ci sono difficolta'  a convenire che tutti e tre questi presupposti, in quanto agenti a livello pre-verbale, devono anche essere considerati pre-razionali. E qui per razionalita' si intende almeno la capacita' di mettere in relazione, tra di loro, dei concetti alla cui elaborazione il simbolo codificato verbalmente, apporta un contributo determinante.

 La spiegazione della regola che permette di passare dall'infinito in -ire al participio passato in -ito sembra fondarsi sull'entrata in azione di 6 processi di identita'. Di essi, i primi quattro potrebbero anche essere primitivi, in senso ontogenetico (e filogenetico). I restanti due, a comparsa piu' tarda, indicano l'intervento di meccanismi piu' complessi di analisi.

 Cosi' esemplificando, si avrebbe:

 

 1. Tutte quelle [forme verbali] che terminano [all'infinito] in -ire, sono, [per questa loro caratteristica] riconosciute come [in qualche modo] uguali fra di loro.

 

Sent-

 Cap- } - IRE

  Ud- 

 

 2. Tutte quelle [forme verbali] che terminano [al participio passato] in -ito, sono, [per questa loro caratteristica] riconosciute come [in qualche modo] uguali fra di loro.

 

Sent-

 Cap- } - ITO

  Ud- 

 

 3. Tutte quelle [forme verbali] che hanno qualcosa di uguale ma non la fine [ma non la desinenza; in questo caso la radice] sono riconosciute, in qualche modo come uguali fra di loro.

 

             -ire                        -ire                -ire

SENT-{                   CAP-{              UD-{

             -ito                        -ito                 -ito

 

 4. Le parole costituite da una parte iniziale uguale [radice] e una parte finale uguale [desinenza] sono riconosciute come unita' [unita' per contiguita' spaziale sonora o identita'  per contiguita' spaziale sonora]

 

                                SENT - IRE                 SENT - ITO

                                   CAP - IRE                   CAP - ITO

                                     UD - IRE                     UD - ITO

 

 5. In base alle analisi parziali precedenti, data una forma verbale in - IRE si passera', probabilmente per richiamo mnemonico,[e forse, anche per intervento della contiguita' temporale] alla forma [verbale] in  - ITO

 

 

                    - IRE                    - IRE                    - IRE

      SENT- {                   CAP-{                    UD-{

                    - ITO                    - ITO                    - ITO

 

 6. In base ai passaggi precedenti, si costruisce una regola generale che portera' alla convinzione, e quindi alla scelta, che tutti quelli [i verbi] che finiscono in -IRE [all'infinito], se necessario, finiscano anche in -ITO [al participio passato]

                  x - IRE  -->  x – ITO, con x = radice verbale

 

 Questa regola si costruisce sulla ripetizione, memorizzazione e conferma di ogni caso "regolare" udito. La regola, come ogni regola, serve a riprodurre il modello, vale a dire, a ricreare qualcosa uguale ad una precedente, a produrre identita'.

 In riferimento ancora una volta ai participi passati dei verbi aprire, coprire, le forme aprito e coprito sono perfettamente allineate al risultato della sequenza appena descritta. Sono errate solo perche', nella lingua italiana, questi due verbi hanno i participi passati in forma irregolare. Lo stesso, come si e' detto, vale per tutte le forme di ipercorrettismo.

 La forza di questo procedimento e' sicuramente molto direttiva, al punto di indurre nel bambino questo strano "errore". E cio' anche quando - e ritengo si tratti della totalita' dei casi - egli abbia sentito, e per piu' di una volta, il corretto participio passato: aperto, coperto. O, addirittura, lo abbia primitivamente appreso.

 Come si puo' arguire, un processo di questo tipo, che funziona tramite costruzione/percezione di identita', non opera di certo, a questa eta', in ambito semantico. Sono convinto invece che simili identita' possano trovare realizzazione solo partendo da attributi extrasemantici della parola. Questi sono da individuare, almeno nel bambino che impara a parlare, nelle caratteristiche fonetiche della parola stessa.

 

Discussione.

 La consapevolezza non razionalmente conscia.

 Per la consapevolezza, - come almeno, capacita' discriminativi fra differenti segnali -moltissimi comportamenti animali ne danno abbondante conferma. Essa e' fondamentale per necessita' primarie come l'alimentazione, la difesa della integrita' fisica, la riproduzione e, a partire da livelli non molto alti della scala zoologica, l'allevamento della prole.

 Se ci riferiamo alle api, la comprensione della informazione trasmessa da un'ape raccoglitrice alle altre api dell'arnia - informazione che viene comunicata con la cosiddetta "danza delle api" - ha alla sua base meccanismi di consapevolezza che permettono di discriminare fra differenti segnali. L'ape raccoglitrice, come ape segnalatrice, utilizzando la posizione del sole come riferimento per l'indicazione di direzione, e' costretta a programmare la propria danza, con una consapevolezza fattuale. Lo stesso si deve dire per l'indicazione di distanza.

 Occorre qui ricordare che la struttura del sistema nervoso dell'ape e' piuttosto elementare, e comprende complessivamente circa 850000 neuroni. A confronto, quella dell'uomo ne comprende almeno 12 miliardi, vale a dire 15000 volte di piu'.

 Una consapevolezza simile e' gia' presente nel bambino nel primo mese di vita, al momento della fame, quando discrimina e rifiuta l'oggetto che aveva "assimilato" al seno (assimilazione = identita' sull'attributo della forma tattile - oggetto tenuto in bocca tra una poppata e l'altra).

 Anche se con questo comportamento il bambino dimostra che questa capacita' discriminativi, a quest'eta', e' solo puntuale (o ex post factum: solo provando il bambino riesce a distinguere), pur tuttavia essa e' presente e risulta di importanza basilare per la sopravvivenza.

 

Memoria o memorie con codificazione non-verbale.

 Riferendoci alla memoria, o, almeno, ad un tipo di memoria, essendo essa gia' presente prima della acquisizione del codice verbale, deve utilizzare, per l'immagazzinamento delle informazioni, una codificazione non-verbale e pre-verbale.

 Se vogliamo ancora appellarci, per comodita', all'animale, e' un dato di comune evidenza che tutto l'addestramento motorio - in quanto attivita' non naturale, imposta dall'uomo: dall'addestramento delle pulci a quello degli scimpanze' o dei delfini - non puo' essere memorizzato con l'uso di un codice, il codice verbale, che l'animale non possiede. E senza memorizzazione, non si puo' avere l'addestramento.

 E' pur vero che in tale opera l'uomo si serve anche di stimoli verbali, soprattutto quando si tratta dell'addestramento dei mammiferi. E' pero' da escludere che l'animale decodifichi simili stimoli come stimoli semantici. Lo stimolo verbale, in queste occasioni, sembra uno stimolo associativo, in grado di provocare una risposta motoria complessa, appresa per imitazione, o in seguito a condizionamento, o l'uno e l'altro insieme.

 Se si vuol andare indietro, nella scala zoologica, ci riporteremo alle api. E' evidente che l'ape raccoglitrice, scoperta una nuova fonte di cibo, deve memorizzare l'intera informazione, per poterla comunicare efficacemente, una volta tornata all'arnia. E' gia' una informazione complessa, che comprende almeno 4 segnali: fonte di polline, quantita' dello stesso, distanza dall'arnia, posizione rispetto al sole.

 

 C'e' di piu'. RISSE e GAZZANIGA [46], nel 1978 hanno dimostrato anche nell'uomo una capacita' di memorizzazione delle informazioni, non dipendente dalla codificazione verbale.

 L'esperimento, condotto in 8 soggetti destrimani durante una carotidografia sinistra effettuata a scopo diagnostico, diede un risultato singolare. Nessuno degli 8, una volta tornato alla normalita', fu in grado di denominare un oggetto comune, palpato con la mano sinistra fuori del campo visivo, durante il periodo di blocco anestetico con amytal sodico, dell'emisfero cerebrale di sinistra. Sei di essi pero' lo indicarono esattamente, nel corso di un test visivo a scelta multipla.

 Per gli autori succitati la loro ricerca porta alla conclusione che "quella medesima memoria, che non puo' essere evocata attraverso il sistema verbale, e' stata codificata in una forma non-verbale nell'emisfero cerebrale di destra, ed era stata capace di manifestarsi prontamente, quando le fu offerto un modo di risposta non-verbale.

 Questa memoria non verbale e' stata di fatto inadatta per la sua traduzione, da parte dell'emisfero di sinistra, quando esso recupero' la sua normale funzionalita' . . .  Benchè l'incapacira' di riconoscere lo stimolo, in due pazienti su 8, sia un evento di difficile interpretazione, l'esatta discriminazione dell'oggetto corretto in 6 casi su 8 (75%) e' una evidenza non ambigua del fatto che la memoria e' stata codificata indipendentemente dai meccanismi del linguaggio verbale" [46].

 

 Il problema delle costruzione/percezione di identita'.

 Come il cervello puo' inferire l'identita' tra due percetti potrebbe non aver trovato ancora un quadro di riferimento preciso, nonostante abbia al suo attivo una discreta messe di dati della ricerca neurofisiologica.

 Ad evitare di dover pensare a qualcosa di eccezionale, quando durante il sogno, quindi durante una stimolazione che proviene dall'interno del cervello, noi riusciamo a identificare, mentre continuiamo a dormire, che stiamo sognando, stiamo facendo una operazione di identita (negativa: non identita’), sia pur molto complessa: quello che stiamo vivendo non e' la realta' ma un sogno.

 A livello piu' semplice, tentero' di affrontare il problema, passo dopo passo.

 Fin dal 1949, HEBB [22], esaminando il problema della percezione al suo livello piu' elementare, propendeva, come ipotesi piu' approssimata, che "una particolare percezione dipende dall'eccitamento di particolari cellule, in qualche parte del SNC".

 L'accumulo dei dati della neurofisiologia, specie quelli ottenuti da ricerche con microelettrodi impiantati nel cervello, hanno dato sostegno a questa ipotesi.

 PRIBRAM, nel 1971 [44] sostenne che "gli studi con microelettrodi hanno individuato unita' neurali rispondenti solo all'uno o all'altro attributo di un evento stimolante, come la direzione di un movimento, l'inclinazione di una linea, ecc."

 Esperimenti sulla memoria spaziale nei ratti, pur escludendo il semplicismo di un meccanismo detettivo complessivo del tipo "punto contro punto", hanno comunque dimostrato che cellule ippocampali specifiche reagiscono a posizioni spaziali diverse del medesimo stimolo [39]. Il che significa che, se si modifica per qualche caratteristica (attributo: variazione dell'inclinazione della medesima linea, come fu fatto il quegli esperimenti) a livello neuronale di primo impatto - la' dove non agiscono ancora meccanismi integrativi di ordine immediatamente superiore -, non si ha una variazione quantitativa dell'eccitamento della cellula, ma il suo silenzio, e l'entrata in scarica (firing) di una cellula vicina.

 Sempre PRIBRAM [44] afferma che "l'analisi elettrofisiologia dei campi recettori delle unita' all'interno dei canali di input indica che, almeno in una certa misura, la selezione delle caratteristiche [distintive di un evento stimolante] ha luogo all'interno di questi canali. . . Questo tipo di detezione delle caratteristiche distintive fondamentali è integrato dalla selezione delle caratteristiche stesse, cosa che e' sensibile all'esperienza. Ci si chiede se l'esperienza modificasse di per se i detettori delle caratteristiche distintive, o se essa non mobilitasse invece altre unita'. . . E' chiaro che, nell'organismo maturo, l'analisi delle caratteristiche distintive non si limita solo ai detettori implicati: deve anche aver luogo una analisi delle caratteristiche, da parte di unita' di memoria" (PRIBRAM, l.c.)

 Da quanto qui riportato, sembra che si possa inferire che una constatazione di identita', al suo livello piu' elementare (identita' di una caratteristica distintiva) potrebbe essere fatta se per quella caratteristica e' una specifica cellula, solo e sempre quella, che verra' eccitata (reductio ad unum).

 Una tale constatazione puo' essere innescata:

 1. a seguito di un duplice stimolo esterno (caratteristica identica ad un'altra, entrambi presenti, in due eventi stimolanti contemporanei; ad es. lo stesso tono di verde in due oggetti facenti parte entrambi del campo visivo);

 2. in seguito ad un rapporto tra uno stimolo esterno e uno stimolo interno (quando una caratteristica di uno stimolo esterno - un particolare tono di verde, viene riconosciuta identica ad un'altra, percepita in passato, memorizzata e rievocata dall'occasione e per l'occasione);

 3. infine come rapporto tra caratteristiche di due eventi stimolanti percepiti e memorizzati in tempi differenti, ma rievocati contemporaneamente da una occasione (ci si accorge retrospettivamente che un certo tono di verde, appartenente a due stimoli percepiti e memorizzati in tempi diversi, e' lo stesso).

 

 L'esperienza, che ha come supporto indispensabile una o piu' memorie, subentra necessariamente nel secondo e nel terzo esempio di processo identificativo, appena citati.

In tutti tre i casi l'identita' e' costruita su una sovrapposizione, piu' probabilmente spaziale - la cellula eccitata  per l'analisi di quella caratteristica distintiva e', e/o e' stata, la stessa per i due eventi stimolanti. Tuttavia non e' da escludere anche una qualche sovrapposizione temporale (la frequenza di firing di quella cellula, per l'analisi di quella caratteristica distintiva comune ai due eventi stimolanti e', e/o e' stata, la medesima).

 Ne consegue che la constatazione di identita' e' un processo neurofisiologico che viene fatto sul percetto e, per un meccanismo di obbiettivazione, una identita' cosi' inferita viene poi attribuita agli stimoli.

 Si deve subito dire che per noi, individui adulti razionali, cioe' individui che utilizzano tutta una serie di meccanismi integrativi complessi, tali identita', effettuate sull'attributo, non sono che analogie.

 Occorre pero' evitare di essere fuorviati dalle nostre capacita' logiche. Queste, nella valutazione dei livelli elementari di funzionamento della rete neuronale, ci condizionano e ci fanno utilizzare schemi valutativi che sono invece requisiti specifici di livelli piu' alti di integrazione neurofisiologica dei percetti.

 Quando PRIBRAM, nel 1971 [44] riporta la citazione: "Il cervello e' una macchina per costruire modelli analogici", mettendola come sottotitolo alla seconda parte di Languages of the Brain, sembra riferirsi solo al fatto  che i processi cerebrali della percezione avvengono come modelli analogici di stimoli extracerebrali.

 Ma due modelli analogici di due stimoli uguali per una qualche caratteristica distintiva, se vengono scomposti fino al livello in cui quella caratteristica viene analizzata dai detettori specifici, sono ancora analogici allo stimolo, ma identici tra loro.

 Tra le regole delle "trasformazioni reversibili"che PRIBRAM [44]giudica "particolarmente utili per spiegare i fenomeni psicologici", la quarta afferma: "Quando due eventi evocano simultaneamente uno stato nella microstruttura dei potenziali lenti, si ha una correlazione che viene decodificata in impulsi nervosi".

 Proprio in essa, se non ho frainteso, sta la spiegazione neurofisiologica di quello che ho chiamato costruzione/percezione di identita' per sovrapposizione. Ed e' la percezione di un processo intracerebrale: non si percepiscono solo stimoli esterni, ma anche stimoli dati da variazioni bioelettriche cerebrali. 

 Essendo questo tipo di processo che ha lo scopo di portare alla costruzione/percezione di identita', molto elementare dovrebbe essere possibile ritrovarlo ad uno stato pressoche' puro a livelli piu' bassi della scala zoologica. Per puro, si intende con scarse o nulle interferenze di meccanismi integrativi piu' complessi, che tendano a mascherarlo.

 D'altra parte occorre ripetere che si tratta di un meccanismo di primaria importanza. In sua assenza, necessita' vitali come la nutrizione, la difesa dell'integrita' fisica, la riproduzione, e l'allevamento della prole, se presente, non sarebbero possibili per tanti animali.

 Perche' il corrispettivo comportamento possa dispiegarsi, ognuna di queste attivita' necessita di continui riconoscimenti di identita'.

 MENZEL e ERBER, 1978,[37] sono stati molto chiari a proposito delle api: "Se l'osserviamo  un'ape mentre vola di fiore in fiore, vedremo che essa sceglie sempre il medesimo tipo di fiore, e non dedica alcuna attenzione ai fiori vicini, diversi per forma, colore e odore, che pur attraggono altre api.  E' chiaro che l'ape non potrebbe presentare questo modello di comportamento se non avesse due precise capacita': quella di distinguere tra due fiori diversi [e, di converso, quella di identificare due fiori uguali] e quella di imparare quali fiori offrano nettare o polline, e meritino quindi una visita. L'ape ha quindi [oltre alla capacita' di rilevare identita' e disparita'] memoria e capacita' di apprendimento. . .

 Abbiamo studiato queste capacita' dell'ape nella speranza di gettar luce sulla base cellulare dell'apprendimento e della memoria. La nostra  conclusione e' che, benche' l'ape sia programmata in modo molto preciso, i suoi meccanismi di apprendimento sono molto simili a quelli degli organismi piu' evoluti, uomo compreso."

 E' ormai accertato che le caratteristiche distintive utilizzate dall'ape per identificare una fonte di cibo (primo passo, fuori dall'arnia: quasi sempre un fiore) e ri-identificarla (in un secondo fiore, "uguale" al primo) sono il colore, per un approccio da lontano, e l'odore, per la selezione da vicino. La forma e' percepita in modo grossolano, e sembra avere scarsa importanza, per questo insetto.

 Il riconoscimento di identita', quindi, nell'ape utilizza l'azione sequenziale di due processi elementari di analisi delle caratteristiche distintive (colore e odore) e la loro interazione. Questi due processi di analisi furono verificati separatamente da Von FRISCH, 1927 [55].

 E' evidente che un riconoscimento di identita' basato sull'analisi di una sola, o di poche caratteristiche distintive (cio' che per noi, individui razionali, sarebbe solo una analogia) ha insito in se stesso un margine maggiore di errore. Tra gli insetti, un simile errore ha trovato una sistemazione economica, di tipo trofobiotico.

 

 Il rapporto tra una specie di afide (mirmecophilon) e le formiche, ad esempio, dipende appunto da un errore (equivoco) di questo genere, secondo le ricerche di KLOFT [26].

 Da un lato l'afide, assai vulnerabile e quindi facile preda di altri insetti, trova protezione e cura da parte delle formiche, e in questo pare che anche una sostanza odorifera, un feromone, giochi un suo ruolo, indicendo un altro errore di questo tipo. Dall'altro lato la formica riceve nutrimento (melata) dalla estremita' posteriore dell'afide.

 Questa estremita', vista didietro, e' simile alla estremita' anteriore di una formica sorella, dalla quale una con specifica affamata puo' ottenere l'emissione buccale di nutrimento.

 Ora che tale immagine (iconica, secondo lo studio di SEBEOK [48]) determini lo scatto di un pattern di comportamento nutritivo prefissato, e' possibile e verosimile.

 Tuttavia non si tiene conto che questo comportamento si basa su una constatazione di identita' effettuata sulla scorta dell'analisi di una, o al massimo, due caratteristiche distintive, se si mette in conto anche l'odore. In ogni caso l'analisi e' centrata principalmente sulla forma.

 Incidentalmente, occorre notare che il concetto piagetiano di assimilazione, (che ha a che fare con la somiglianza e non con il seguito della digestione) come uno dei due moventi fondamentali dell'iniziale sviluppo sensomotorio del bambino, e' sicuramente errato perche' definisce una identita' sia pur sull'attributo, come avviene nel bambino piccolo, come una somiglianza, che e' invece un modo adulto di concettualizzare.

 Occorre anche ricordare che, nel bambino molto piccolo, i primi riconoscimenti di identita' avvengono tramite l'analisi della caratteristica distintiva del colore, a cui si aggiunge, in un tempo successivo, quello della forma. Ancora una volta l'ontogenesi sembra ripetere la filogenesi.

 Quanto alla identita' per contiguita', identita' intesa come costruzione di unita', e' piu' comprensibile che due stimoli contigui, nello spazio (o nel tempo) vengano percepiti come uno stimolo unico. Se poi, da qualche parte del cervello, fossero percepiti da cellule vicine, quella che vien detta trasmissione efaptica, vale a dire l'influenzamento bioelettrico reciproco tra due cellule vicine, sarebbe gia' una traccia indicativa, ma non l'unica.

 Di nuovo PRIBRAM [44], con una delle sue "possibili regole di trasformazione reversibile - regole che dipendono esclusivamente da modalita' di funzionamento della rete neuronale - ce ne da' conferma, sia pur in maniera non del tutto puntuale.

 Il fenomeno descritto da questo autore e' comunque, a mio modo di vedere, ancor meno semplice, in quanto la costruzione di unita' e' prevista anche quando esista una debole soluzione di continuita'.

 Afferma infatti la terza "possibile regola di trasformazione reversibile": "gli impulsi che arrivano simultaneamente in punti vicini si sovrappongono parzialmente; si verificano cioe' interazioni di natura additiva (o sottrattivi)".

 Nel seguito dell'esposizione verranno riportati singolari esempi linguistici, sia nell'individuo normale che in quello afasico, a dimostrazione dell'esistenza di questo meccanismo anche in eta' adulta.

 

 Gli esperimenti di LURIA e VINOGRADOVA (1959).

 Ho supposto che il fenomeno degli ipercorrettismi sia la conseguenza di una serie di constatazioni di identita', fatte sul percetto dalla consapevolezza non razionale, con l'aiuto di una memoria, e costruita su una caratteristica distintiva non semantica della parola. Ho precisato che questa caratteristica distintiva deve essere identificata con il suono della parola stessa.

 Esiste, in proposito, una sperimentazione assai convincente sull'uomo, condotta da LURIA e VINOGRADOVA [32].

 Questi due ricercatori, con l'aiuto di valutazioni oggettive derivate dai riflessi vascolari di orientamento, e dal loro condizionamento, hanno indagato il sistema delle connessioni semantiche di una parola, e le sue dinamiche.

 I soggetti per gli esperimenti furono adulti e pre-adolescenti normali, e deboli mentali cerebropatici di vario grado e di differente eta'.

 Del ricchissimo testo di questi due autori mi sembra di dover sottolineare, per quanto qui interessa, i seguenti punti:

* L'importanza di meccanismi di identificazione centrati sul suono delle parole;

* La primitivita' di questi meccanismi, rispetto a quelli in cui l'identificazione viene fatta sul significato. Tale caratteristica viene esemplificata dal fatto che essi sono maggiormente evidenziabili (o gli unici evidenziabili) in soggetti di piu' giovane eta', o con sviluppo intellettivo minore. Per quest'ultimo caso, cio' equivale a dire, in base alla definizione del QI, con eta' mentale piu' bassa rispetto a quella cronologica;

* La formazione di campi di identita' sulla base della identita' sonora, piu' o meno completa, avviene al di fuori della coscienza, o almeno di quella che puo' essere verbalmente espressa;

* L'accenno al fatto che questi meccanismi di costruzione di identita' sulla base del suono privilegiano la desinenza delle parole;

 

* Il regredire dai campi di identita' semantica a campi di identita' fonetica, anche in soggetti normali, per stati inibitivi della corteccia cerebrale, di varia origine;

* Il riscontro di situazioni intermedie, dovute ad incompleto sviluppo intellettivo, o provocate ad arte, in cui campi di identita' centrati sul significato sono compresenti assieme a campi di identita' centrati sul suono;

* La dimostrazione della compresenza dei due campi, in individui normali, anche quando il campo semantico e' diventato dominante;

* L'importanza dell'esperienza, per il passaggio di una parola dal campo di identita' su base sonora a quello di identita' su base semantica.

 Per quanto riguarda l'ipotesi esplicativa da me premessa (identita' per sovrapposizione, detta anche identita' per similarita', costruita sul suono), ritengo che essa potrebbe fare a meno di ulteriori elementi valicanti. Necessita solo di ricordare che:

* Nell'eta' in cui il bambino presenta il fenomeno degli ipercorrettismi la mielinizzazione del SNC, che si completa nel terzo anno di vita, non si e' ancora conclusa o lo e' appena;

* La corticalizzazione e' ben lungi dall'essersi stabilita,

* L'esperienza linguistica e' in corso di formazione.

 Ne consegue pertanto che meccanismi piu' primitivi, di tipo extra-verbale, hanno piu' facilita' a far sentire il loro peso, anche nell'acquisizione dello stesso linguaggio verbale.

 

 La rilevanza percettiva delle terminazioni delle parole.

 In una rassegna dei dati di letteratura sulla acquisizione del linguaggio verbale in varie lingue-madri, italiano compreso, SLOBIN [50] nota che la terminazione delle parole ha particolare rilevanza percettiva. "I bambini piccoli, spesso, imitano soltanto l'ultima parte di una parola".

 Studi di fonetica acustica, riportati in quel medesimo articolo, confermano che "le terminazioni delle parole attirano l'attenzione del bambino".

 Lo studio dell'acquisizione degli indicatori locativi porta lo stesso SLOBIN [50]a formulare un possibile universale dello sviluppo grammaticale cosi' concepito: "Gli indicatori locativi post-verbali e post-nominali vengono acquisiti prima degli indicatori locativi pre-verbali e pre-nominali. Questo universale evolutivo non si limita certamente all'espressione dei locativi.

 In realta' sembra riflettere una tendenza precoce e generale da parte del bambino a porre attenzione alle terminazioni, per il significato. Questa e' una specie di euristica generale, o principio operativo che il bambino usa al fine di organizzare e immagazzinare il linguaggio. In parole povere, si potrebbe sostenere che la seguente e' una delle autodistruzioni fondamentali per l'acquisizione del linguaggio: Principio Operativo A: Fai attenzione alle terminazioni delle parole".

 Che il problema sia impostato in senso motivazionale-operativo, come fa SLOBIN, o che si tratti di una necessità di funzionamento del S.N.C., ad un dato momento del suo sviluppo, necessità che potrebbe riflettere una ridotta capacità di trasferimento della informazione dalla memoria a breve termine sia a quella a lungo termine sia ai centri motori della produzione verbale, ridotta capacità dovuta a un non completo sviluppo di meccanismi integrativi più elevati - e questo è quanto io suppongo - ciò non toglie che le terminazioni delle parole risultino di particolare rilevanza percettiva nel bambino. Tre su sei delle costruzioni/percezioni di identità che ho ipotizzato per spiegare la genesi degli ipercorrettismi si basano appunto sulla terminazione delle parole.

 Per confermare ulteriormente il meccanismo di identità per sovrapposizione percettiva, costruito sulla identità sonora, si può aggiungere un altro dato ben noto.

 Se si chiede ad un bambino di età prescolare di dire la prima parola, o tutte le parole che gli vengono in mente, data una parola-stimolo, nella stragrande maggioranza dei casi risponderà con parole che hanno un legame fonetico con lo stimolo (es. " metto " -> " detto " ; " tetto " ; " letto ") o che hanno un legame di completamento (es.: " porta " -> " -lettere " ; " -ombrelli " ; " pacchi ") [33;14;41].

 Il legame di completamento riscontrato con la tecnica delle associazioni verbali è la spia di un meccanismo che era già presente, oltre alla parziale sovrapposizione sonora, nelle identità che ho ipotizzato per la genesi degli ipercorrettismi. La parziale sovrapposizione sonora diviene il nucleo di una identità che è anche per contiguità.

 La potenza del legame di sovrapposizione sembra maggiore, fino ad una certa età, di quella del legame per contiguità, ma quest'ultimo non è nullo.

(In ogni caso, comunque, l'identità costruita su una contiguità senza sovrapposizione sembra già un meccanismo " logico " più evoluto :  l'ontogenesi risulterebbe : identità per sovrapposizione -> identità per parziale sovrapposizione e contiguità -> identità per contiguità; fermo restando il fatto che, anche nel momento di maggiore sviluppo, gli stadi precedenti, pur messi in ombra, non scompaiono).

 

La contiguità, nell'esempio sopra riportato, più che una contiguità spaziale, o meramente spaziale, sembra essere anche una contiguità temporale, per cui l'identità è costruita/percepita in seguito ad un pressoché contemporaneo eccitamento di analizzatori cerebrali dell'input sonoro, e come tale, unitariamente memorizzata.

 Nella genesi degli ipercorrettismi, come ipotizzata in questo studio, la parola ipercorretta si forma appunto sulla scorta dell'azione di entrambi questi meccanismi "logici".

 Un' identità dovuta alla sola azione del meccanismo della sovrapposizione sonora, come più primitiva, ha il suo corrispettivo più preciso nella lallazione (ripetizione di una sillaba fatta dall'infante all'età di 4-7 mesi) e nel linguaggio ecolalico di bambini gravemente ritardati mentali o psicotici, in cui la ripetizione, nelle forme più rudimentali (ecolalia immediata) interessa, come prevedibile, le sillabe finali di una parola udita.

 Per inciso, vai la pena di ricordare che l'ecolalia immediata è già presente negli uccelli imitatori della voce umana (gracule e pappagalli), nei quali, però, si ritrova anche una ecolalia differita.

 

 Allitterazione e assonanza nella Jargon Afasia

 Una ulteriore riprova di quanto qui ipotizzato può essere derivata dagli studi sulle alterazioni linguistiche in pazienti afasici, in particolare in pazienti con Neologistic Jargon Aphasia, forma che appartiene al gruppo delle afasie di Wernicke.

 GREEN [19] ha descritto questa alterazione linguistica come allitterazione (ripetizione di consonanti) e assonanza (ripetizione di segmenti vocalici) scrivendo: "Ciò che caratterizza il deficit fonologico degli episodi di Jargon del paziente, specialmente negli episodi che dimostrano difficoltà nella ricerca delle parole [appropriate] sono i loro pattern stereotipati di allitterazioni e assonanze".

 Per quanto sia pensabile che allitterazioni ed assonanze, quando vengono prodotte contiguamente, siano dovute allo sforzo per ricercare la parola giusta, attraverso un meccanismo di prova ed errore, allorché questo fenomeno avviene all'interno della frase, o del periodo, una spiegazione cosiffatta non è più facilmente sostenibile, specie se allitterazioni ed assonanze seguono la parola cercata; meno che mai, poi, quando emergono indipendentemente da tale ricerca [27;9].

 Specificamente KREINDLER et al. [27], puntualizzano : "Il contesto in cui questo appare mostra chiaramente che il criterio per la selezione di queste parole non è di tipo semantico, ma esclusivamente il criterio della somiglianza uditiva determinata dalla rima".

 Naturalmente, possono essere raddoppiate intere sillabe, determinando una combinazione di allitterazione ed assonanza [9].

 Le alterazioni linguistiche incontrate in soggetti afasici da questi ultimi Autori suggeriscono strette somiglianze con quanto trovato da FROMKIN [17;18], i cui dati, però, derivano da errori verbali prodotti da soggetti normali, in condizione di stress. Riandando all'esperienza di Lu-RIA e VINOGRADOVA [32], abbiamo qui una ulteriore conferma dell'instabilità della produzione linguistica in condizioni di stress, con sostituzione del campo semantico con quello fonetico. Con il che, il cerchio potrebbe di nuovo essere chiuso.

 Per ritornare alla Jargonafasia, si potrebbe pensare che il danno afasico sia un esito particolare e specifico, ma si è subito smentiti dal fatto che questo tipo di errore è egualmente riscontrabile in soggetti dementi, in soggetti cioè che hanno un danno degenerativo neuronale, instauratesi non acutamente, come avviene negli afasici, ma in maniera cronica [7].

 Questi fenomeni linguistici, infine, sono tipici anche del linguaggio di certi schizofrenici [8;12;28] ed è bene ricordare che gli studi anatomici post mortem sul cervello di questi malati non hanno mai dimostrato danni evidenti a carico di strutture corticali collegate con il linguaggio.

 Se poi non bastasse, è opportuno sottolineare che questi meccanismi di allitterazione ed assonanza appaiono anche nelle parole pronunciate nel sonno da soggetti normali [8].

 Con tutto ciò, ho voluto confermare solamente che meccanismi di identità costruita sul suono sono tipici anche dell'individuo di specie umana e messi in atto non solo nella prima infanzia - il che è quanto ho asserito essere alla base di parte del fenomeno degli ipercorrettismi - ma pure in tutte le età successive, specie in condizioni patologiche, ma non solo in queste.

 Un tale accadere rinforza l'ipotesi che si tratti di un ambito differente da quello semantico, ad esso compresente, anche se, di solito, sullo sfondo, per quanto attiene ad individui adulti, sani, non in condizione di stress, ne di dormiveglia.

 Come le ricerche di LURIA e VINOGRADOVA [32] hanno dimostrato, questo campo di legami fonetici emerge, o riemerge, quando le identità in campo semantico non possono più essere costruite per ragioni neuro-fìsio-patologiche (immaturità temporanea o stabile, trauma cerebrale, degenerazione, disconnessione, ecc.) o quando l'ambito semantico non è in grado di soccorrere, come avviene al primo approccio di decodificazione di una lingua totalmente sconosciuta.

 

Logica elementare e campi semantici.

 Se, in accordo con TRIER [52], si definisce un campo semantico come "un sistema di parole i cui significati, posti l'uno accanto all'altro come le tessere di un mosaico, coprono esattamente tutto l'ambito di significazione ", ad una consimile definizione potrebbero adattarsi solo i preconcetti infantili (intesi ad modum: PIAGET, 1960) [43], i nostri concetti analogici e i nostri concetti operativi.

 "Linguisti ed epistemologi sembrano invece allontanarsi dai tentativi dell'analisi linguistica puramente formale dei glossomatici, per cercare nella logica e nell'epistemologia una strutturazione (peraltro parziale) del lessico. Se l'organizzazione dei campi semantici insiste su una struttura non-linguistica, ma logica, si dovrebbe osservare, in certe forme di afasia, una disorganizzazione congiunta del lessico e della logica " (MELICE-LEDENT et al., 1976) [36].

 Ora, nella afasia di Wernicke, in riferimento ad ALAJOUANINE [1], è possibile osservare due componenti: una fonematica, che si caratterizza con l'emissione di parafaste fonemiche, o parole deformate (la cosiddetta " parafasia letterale" dei neurologi d'un tempo), manifestantesi sia nel linguaggio orale che in quello scritto, spontaneo o ripetuto; un'altra, semantica, individuabile nell'impiego di "una parola per un'altra", senza deformazioni.

 Quest'ultima ("parafasia verbale", dei vecchi neurologi) ha però sovente un rapporto concettuale con la parola che si attendeva, e un impiego limitato al linguaggio spontaneo orale o scritto, senza intacco della ripetizione immediata.

 TISSOT [51] ha ipotizzato che nella prima sia il sistema fonologico della lingua ad essere intaccato, mentre nella seconda esisterebbe una rottura del legame convenzionale tra significante e significato, rottura legata ad una disorganizzazione dei campi semantici.

 Tenuto conto che, secondo MARTINET [34;35], MOUNIN [38] e PRIETO [45], nella struttura dei significati potrebbero essere implicati meccanismi extralinguistici di tipo logico, MELICE-LEDENT et al. (l.c.) hanno condotto una indagine sulla possibile alterazione di meccanismi logici in pazienti afasici.

 La ricerca è stata effettuata utilizzando quattro gruppi di soggetti:

1)     1)    con afasia di Wernicke a netta predominanza semantica;

2)     2)    con afasia di Werniche a predominanza fonemica;

3)     3)    con afasia di Broca;

4)     4)    non afasici, come gruppo di controllo.

 Tutti i soggetti sostennero test semantici e  test di logica elementare.

 In particolare, lo scopo dell'indagine era quello di controllare se la misura in cui venivano alterati meccanismi di tipo logico in queste tre categorie di afasici era isomorfa, oppure, come poteva derivarsi dall'ipotesi di TISSOT (l.c.), nei soggetti a deficit semantico dominante, non si potesse osservare una disorganizzazione congiunta dei campi semantici e delle operazioni logiche.

 I risultati sono stati:

- il rendimento degli afasici, preso globalmente, è inferiore a quello del gruppo di controllo, in tutte le prove, e in maniera significativa;

- le afasie di Wernicke semantiche e quelle di Broca si distinguono nettamente dalle afasie fonemiche, per quanto riguarda le prove di logica elementare. Queste ultime portano a risultati non differenti dal gruppo di controllo in due prove su tre;

- sia negli afasici che nel gruppo di controllo la maggior parte delle prove semantiche e di logica elementare sono significativamente correlate tra loro.

 Concludono gli Autori succitati: "La disorganizzazione congiunta dei campi semantici e della logica elementare sembrerebbe caratteristica del deficit semantico, che si distingue, nella semeiologia dell'afasia, per l'impiego di una parola per un'altra. Questa constatazione giustifica la nozione di autonomia relativa dei sistemi fonemici e semantici nell'afasia di Wernicke. Essa conforta l'ipotesi linguistica e genetica piagetiana del fondamento extralinguistico della struttura del lessico. Tuttavia, la stessa non costituisce una spiegazione dei disturbi semantici nell'afasia".

 Tre sono i punti che mi preme far notare in proposito:

- sia nelle afasie fonemiche che in quelle semantiche gli errori del parlante sono conseguenza del riemergere della "logica" della sovrapposizione (o della similarità): allitterazioni ed assonanze nelle prime, rapporto concettuale con la parola che si attendeva, nelle seconde;

- la notevole indipendenza dei sistemi fonemico e semantico, i quali per essere lesionati separatamente dall'insulto afasico, hanno presumibilmente sede in aree, o livelli, cerebrali differenti;

- la logica che è stata indagata dalle prove cui i soggetti furono sottoposti, pur essendo una "logica" elementare " è già di tipo evoluto, ed in particolare è quella che nello sviluppo intellettivo comincia ad evidenziarsi nel periodo che va, convenzionalmente, dai 6 ai 10-11 anni (periodo del "pensiero logico concreto").

 

 Esiste, e su questo si comincia a trovare un aumentato consenso, una forma di logica più primitiva, più grossolana, già presente fin dalla nascita e legata a meccanismi di funzionamento della struttura neuronale, della quale PRIBRAM (l.c.) ha cominciato a definire, come possibili regole di trasformazione reversibile, i principi operativi. Del resto è sempre ad una tale logica che ARIETI [2;3] si riferiva con l'appellativo di "paleologica ", asserendo che essa è tipica del pensiero pre-concettuale, oltre che del pensiero schizofrenico. È proprio questa "logica" che, secondo me, interviene nella genesi degli ipercorrettismi.

 

Il contributo di JAKOBSON alla comprensione dei disturbi afasici.

 JAKOBSON [23;24] si è occupato specificamente dei disturbi afasici, e quanto da esso affermato può rappresentare un altro contributo a favore del mio assunto.

 "Esiste un aspetto dei fenomeni di afasia in cui è stato raggiunto, nel corso degli ultimi 20 anni, un notevole accordo tra quegli psichiatri e linguisti che si sono occupati degli studi di disintegrazione del sistema fonico. Questa dissoluzione presenta uno sviluppo temporale di estrema regolarità. La regressione afasica si è rivelata come una immagine speculare del processo acquisitivo dei suoni del linguaggio da parte del fanciullo, in quanto essa ci mostra il processo a rovescio. Anzi, un confronto tra linguaggio infantile e afasia ci permette di stabilire molte leggi di implicazione. La ricerca sull'ordine delle acquisizioni e delle perdite, e sulle leggi generali di implicazione non deve essere limitata al sistema fonematico, ma deve essere estesa anche al sistema grammaticale".

 Vengono poi analizzati quelli che JAKOBSON (l.c.) chiama "il disturbo della similarità" e "il disturbo della contiguità", vale a dire: il disturbo di quei due meccanismi che sono stati da me invocati per la genesi degli ipercorrettismi.

 "Un afasico con disturbo della similarità, muovendo da una parola, non può passare ne' ai suoi sinonimi e alle circonlocuzioni equivalenti, ne' ai suoi eteronimi, cioè alle espressioni equivalenti in altre lingue. La perdita della facoltà poliglottica e la restrizione ad una sola varietà dialettale di una sola lingua è la manifestazione sintomatica di questo disturbo" [23;24].

 Secondo il mio modo di vedere, ciò che si è perduto qui potrebbe anche essere solo la capacità di rendersi conto di un certo tipo di identità, (identità per sovrapposizione; in questo caso, semantica) identità che, nella maggior parte delle evenienze, per noi individui adulti, razionali, non in stato di grave stress, sarebbe poi soltanto una analogia.

 Dopo aver osservato che "è la relazione esterna di contiguità che unisce i costituenti di un contesto, e la relazione di similarità che serve alla base del processo di sostituzione" così continua JAKOBSON (l.c.):

 "Perciò nel caso di un afasico nel quale sia alterata la funzione sostitutiva [la possibilità, cioè, di percepire identità per sovrapposizione] e rimanga intatta quella contestuale, le operazioni che implicano similarità cederanno di fronte a quelle fondate sulla contiguità.

 Possiamo prevedere che in tali condizioni ogni raggruppamento sarà guidato dalla contiguità spaziale e temporale [identità per contiguità] piuttosto che dalla similarità...

 L'evasione dalla identità nella contiguità è particolarmente sorprendente in quel malato di Goldstein che rispondeva con una metonimia quando gli si chiedeva di ripetere una parola data, e per esempio, diceva vetro per finestra, cielo per Dio".

 Il disturbo della contiguità, negli afasici, costituisce invece una deficienza nella strutturazione del contesto, con il risultato di diminuire la lunghezza e la varietà delle frasi.

 "Sono perdute le regole sintattiche che organizzano la parola in unità più elevate ; questa perdita, chiama agrammatismo, determina la degenerazione della frase in un semplice mucchio di parole, per servirci dell'immagine di Jackson... L'afasia nella quale è colpita la funzione contestualizzante tende a periodi infantili di una frase, o a frasi di una parola.

 Soltanto alcune frasi un po' più lunghe riescono a sopravvivere, e sono le frasi stereotipate, le frasi fatte... Mentre il processo di formazione del contesto si disintegra, le operazioni di selezione [cioè quelle fondate sulla cosiddetta identità per similarità] persistono " (JAKOBSON, l.c.).

 Continua questo Autore: "La relazione tra la parola e le sue parti costituenti riflette la stessa alterazione, sia pure in maniera un po' diversa. Una caratteristica dell'agrammatismo è la soppressione della flessione: così appaiono categorie non marcate, come l'infinito, in luogo delle diverse forme verbali finite, il nominativo al posto di tutti i casi obliqui.

 Queste mancanze sono dovute in parte alla eliminazione della reggenza e della concordanza, in parte alla perdita della capacità di scomporre le parole in tema e desinenza...

 Egualmente, come regola generale, parole derivate dalla stessa radice, come grande, grandioso, grandezza sono semanticamente congiunte per contiguità. I malati dei quali parliamo tendono ad omettere le parole derivate, ovvero a sentire come insolubili la combinazione di una radice con un suffisso derivativo, o i composti di due parole. È stato spesso citato il caso di quei malati che capivano e pronunciavano loro stessi parole composte come Thanksgiving o Battersea, ma erano incapaci di afferrare, o dire, thanks e giving, batter e sea ".

 

 Qui il processo di unità per contiguità è diventato talmente forte che la parola composta è percepita come autonoma, senza alcun legame con le due parole che l'hanno originata.

 D'altra parte si deve precisare che, a integrazione di quanto detto sopra da JAKOBSON (l.c.), le parole grande, grandioso, grandezza sono anche congiunte per sovrapposizione parziale, sia fonetica che semantica. Nondimeno, ciò che mi preme sottolineare, a questo punto, è che "la perdita della capacità di scomporre le parole in tema e desinenza" presuppone sia la normale capacità di scomporre le parole in tema e desinenza, ma anche la capacità di comporre la parole per tema e desinenza (unità per contiguità), cosa questa che costituisce uno dei passaggi obbligati della mia ipotesi sulla genesi degli ipercorrettismi. 

 In più, da quanto sopra affermato da JAKOBSON, risulta che, almeno per quanto riguarda l'identità per similarità (identità per sovrapposizione) essa si manifesta chiaramente anche in ambito semantico, oltre che in ambito fonetico, il che rafforza il convincimento che si tratti di un meccanismo aspecifico.

 

 Disturbo fonetico o semantico nella schizofrenia.

 È stato ricordato, in precedenza, che nel linguaggio schizofrenico è possibile riscontrare alterazioni fonetiche costituite da allitterazioni ed assonanze non diverse da quelle che si trovano nella Jargon afasia [8;12;28]. Ma questo, come è noto, non è il solo disturbo linguistico di questa malattia. Per quanto qui  interessa, comunque, vale la pena di notare che in una ricerca condotta da BRACCINI et al. [5], su 50 schizofrenici invitati a completare con una parola le frasi appositamente costruite per esplorare tutta una serie di situazioni linguistiche, un buon numero di risposte si rivelava come provocato dalla entrata in funzione della similarità e della contiguità, entrambe agenti sia a livello semantico che a livello "formale", in questo caso, fonetico.

 A ciò voglio aggiungere un esempio da me personalmente incontrato in un ospedale psichiatrico italiano, e prodotto da uno schizofrenico di 27 anni d'età, di cultura medio-superiore di tipo artistico ed esente da disturbi fonologici. Mi disse un giorno: " Io sono Dio" e alla mia richiesta del perché di una affermazione così sicura, mi rispose: " È semplice e posso dimostrarlo. Stia a vedere." e con una matita scrisse su un foglio, sottolineature comprese:

 

                                                     IO      DIO

 

 E aggiunse: "Vede, è chiaro - e mi indicava le parti evidenziate - questo e' uguale a questo, per cui io sono Dio".

 Tentero' ora una interpretazione di questa che viene usualmente definita come una affermazione delirante (delirio di grandezza o di onnipotenza).

 Sulla base di una assonanza, casuale o cercata, il malato aveva costruito e percepiva una identità che però non veniva assunta come dato fonetico, come in realtà è, ma come identità semantica; come tale veniva oggettivata.

 Differentemente dalla Jargon afasia e dal linguaggio schizofrenico ad essa omologo in cui il disturbo sembra consistere nella impossibilità, da parte dell'individuo malato, di liberarsi da interni primitivi condizionamenti sonori dovuti ad una parola precedente, o seguente, o in qualche modo interferente, anche se non emessa, con il risultato di allitterazioni ed assonanze ossessive, nel caso da me riportato l'assonanza non interferisce sul piano fonetico, ma si ribalta su quello semantico dando così origine ad una identità semantica costruita su una parziale identità fonetica.

 Questo meccanismo corrisponde ad uno dei principi di VON DOMARUS [53;54 ] che sostiene che, in ambito paleologico i soggetti vengono percepiti come identici perché hanno un predicato - una caratteristica distintiva - in comune. Come a dire: non vale più (o, in età infantile, non vale ancora) il principio per cui A = A e A <> B, ma quello per cui dati Az e Bz, con z = caratteristica distintiva elementare, ne consegue che A = B, perché z è uguale in entrambi e, interpretando da un punto di vista neurofisiologico, è la sola cosa che viene percepita dei due soggetti, o almeno quella cui viene data maggiore rilevanza percettiva.

 ARIETI [2;3] si è particolarmente interessato a questo tipo di pensiero paleologico, notando che, oltre che negli schizofrenici, esso trova riscontro nei bambini piccoli, prima dei 5-6 anni, in certe forme di pensiero dei cosiddetti "popoli primitivi", nel pensiero magico, nel sogno.

 A proposito del pensiero magico, secondo FRAZER [16] gli incantesimi vengono fatti sulla base di una identificazione per similarità o per contiguità (ad es.: infiggere spilli in una figuretta che rappresenta la persona che si vuoi colpire: identità per similarità; utilizzare un oggetto, o una parte del corpo, come capelli, unghie tagliate ecc., come base per un maleficio contro la persona cui queste cose sono appartenute: identità per contiguità).

 Quanto avviene negli schizofrenici, secondo l'ottica di questo studio, non sarebbe altro che il riemergere di meccanismi primitivi in quanto la malattia ha dissolto, o reso non funzionanti, meccanismi integrativi più evoluti.

 

 Questi meccanismi primitivi, ed è opportuno insistere su questo aspetto, non sono specifici della specie umana, e in quest'ultima non sono specifici del linguaggio, anche se nell'uomo, per caratteristiche proprie di questa specie, o per il fatto che è con l'uso del linguaggio che esso può palesare quanto sta avvenendo, l'identità costruita su un solo carattere distintivo di uno stimolo si rileva con maggiore facilità per quanto riguarda il suono delle parole.

 

Conclusioni.

 Lo studio degli ipercorrettismi che si verificano in corso di acquisizione del linguaggio infantile è di per se stesso tutt'altro che lo studio di una curiosità, bensì quello di un fenomeno privilegiato, di un "esperimento" naturale, in grado di fornire interessanti informazioni sulle modalità con cui avviene lo sviluppo del linguaggio e sulle strutture che lo sostengono.

 L'ipotesi che gli ipercorrettismi siano dovuti all'azione normale di particolari meccanismi "logici" neurofisiologici, extralinguistici e prelinguistici, non specifici della specie umana, direttamente inerenti a modalità di funzionamento della rete neuronale del S.N.C., e in grado di portare alla costruzione/percezione di identità per sovrapposizione spaziale neuronale del percetto (identità per similarità) e identità per contiguità neuronale spaziale o temporale del percetto, può spiegarne esaurientemente la genesi, che è necessaria, e le forme, che sono uguali nei soggetti appartenenti alla medesima madre lingua.

 La presenza di siffatti meccanismi è stata giustificata da studi sull'animale; da esperienze sul linguaggio umano, programmate con altro scopo; da dati derivati dalla ricerca neurofisiologica sulle modalità di funzionamento della rete neuronale del S.N.C.; da studi sulla disintegrazione afasica del linguaggio e da studi sul linguaggio e sul pensiero schizofrenici.

 In base alle loro caratteristiche, l'azione di questi meccanismi potrebbe essere utile per spiegare altri fenomeni, sia correlati con il linguaggio verbale, sia indipendenti da questo, come l'assimilazione, in senso piagetiano, come supporto indispensabile per l'acquisizione delle prassie; i fondamenti della psicologia della Gestalt; la struttura funzionale del calembour; la genesi di un certo numero di figure retoriche; la genesi del ritmo e della rima come espedienti mnemotecnici, e in seguito formali, della poesia; il linguaggio emotivo (e il linguaggio dei politici); il linguaggio pubblicitario, visivo e verbale; la struttura funzionale di un certo numero di tecniche della terapia psicanalitica.

 Secondo me potrebbero però essere anche utili per far luce su alcuni fenomeni sociali, in cui sono riscontrabili singolari analogie. Per citare i primi che mi vengono alla mente, oltre il pensiero magico e le sue estrinsecazioni pratiche, mi limiterò a ricordare la struttura del vincolo di sangue; il rapporto di clientela; la genesi di un certo numero di gerarchie.

 Oltre ai due meccanismi neurofisiologici da me elucidati, ritengo che ne possano essere individuati almeno altri due, per entrambi dei quali esistono già accenni anche nella ricerca neurofìsiopatologica.

 La successione temporale abbastanza stretta di due eventi stimolo potrebbe essere responsabile della costruzione/percezione di un primitivo rapporto di causa ed effetto (posi hoc, ergo propter hoc) già verificabile nell'animale, (ben noto a chi possiede un cane, ad esempio cui la punizione per una malefatta deve essere somministrata entro un certo lasso di tempo, che non è superiore a 5-10 minuti, altrimenti l'animale non è in grado di percepire tale rapporto), ma presente anche nell'uomo e imputabile, in molti casi, di una fallacia logica.

 Il secondo è forse più difficile da accettare, benché la compresenza dell'opposto, con obbligata associazione di una cosa al suo contrario sia un elemento ben noto della teoria psicanalitica ; uno dei cardini di quel "pensiero selvaggio" che l'antropologo CLAUDE LEVI-STRAUSS ha tanto indagato; una normale caratteristica del pensare stesso, limitativa, secondo LORENZ [30] o altamente pregiata e alla base della creatività scientifica (pensiero janusiano) a detta di ROTHEMBERG [47], ma anche riscontrata sia nella schizofasia sia, più raramente, nella Jargon afasia [28].

 Da ultimo la compresenza dell'opposto, come necessità neurofìsiologica a certi livelli di funzionamento della rete neuronale del S.N.C, potrebbe essere invocata per spiegare quel curioso fenomeno visivo che porta alla comparsa del colore complementare verde quando si fissi per un certo tempo il colore rosso, poi si distolga repentinamente lo sguardo portandolo su un fondo bianco.

 

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