IL PARADOSSO DI CLAUDE LÉVI-STRAUSS A
PROPOSITO DEL SUO "PARADOSSO NEOLITICO". QUANDO LO SCIENTISMO GLI HA
IMPEDITO DI TRARRE CONCLUSIONI ADEGUATE SU UNA REALTÀ DEL RESTO ACCURATAMENTE
DESCRITTA.
Renato Cocchi, neurologo, psicologo medico e sociologo.
Riassunto.
Il cosiddetto "paradosso
neolitico" che Claude Lévi-Strauss ha invocato per giustificare "la
maestria raggiunta dall'uomo nelle grandi arti della civiltà : terraglie,
tessitura, agricoltura, addomesticamento degli animali", ipotizzando un
metodo scientifico, successivamente perduto per migliaia di anni, non è affatto
un paradosso. Tali acquisizioni furono raggiunte con il Metodo Scientifico
Naturale, che non si è mai perso, e che funziona anche oggi, utilizzato
specialmente nella medicina.
Il vero "paradosso" consiste nel
fatto che un eminente antropologo come Lévi-Strauss, è stato indotto in errore
da una concezione scientista, per la quale qualsiasi progresso scientifico è
possibile solo con il Metodo Scientifico Sperimentale.
Key words: Lévi-Strauss, Claude, Il
pensiero selvaggio, neolitico, paradosso, Metodo Scientifico Sperimentale,
Metodo Scientifico Naturale, reversebrain, similarià, opposizione,
causa-e-effetto, meccanismi cognitivi, errore, scientismo, risultati.
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Il cosiddetto "paradosso
neolitico" messo in risalto dall'antropologo Claude Lévi-Strauss nel suo
libro "
Pur supponendo chiaramente la presenza di un
metodo scientifico differente dal Metodo Scientifico Sperimentale, non è stato
in grado di portare a conclusione pratica quanto aveva sotto gli occhi, e ha
"preferito" liberarsi del problema, nominandolo come paradosso.
Personalmente credo che in natura e nella storia non esistano paradossi, ma
tutt'al più spiegazioni inadeguate.
E' bene comunque ricorrere ora alle parole
dello stesso Lévi-Strauss per mettere in rilievo quello che di certo è stato un
errore del suo modo di pensare, "non selvaggio", ottenebrato da una
convinzione piuttosto comune: l'unica possibilità di progresso scientifico è
quella che deriva dall'uso del Metodo Scientifico Sperimentale.
Testo di Lèvi-Strauss.
Questo è l’intero
testo di riferimento di Lévi-Strauss (Trad. Italiana del 1966) che di seguito
verrà commentato.
"....il fatto però che l'origine della
scienza moderna risalga soltanto a qualche secolo fa, pone un problema al quale
gli etnologi non hanno riflettuto abbastanza e al quale converrebbe benissimo
il nome di paradosso neolitico.
Proprio nel neolitico si conferma la
maestria raggiunta dall'uomo nelle grandi arti della civiltà : terraglie,
tessitura, agricoltura, addomesticamento degli animali. Oggi, più nessuno
sognerebbe di spiegare queste immense conquiste con il fortuito accumularsi di
una serie di scoperte dipendenti dal caso o rivelate dallo spettacolo di certi
fenomeni naturali, passivamente registrati.
Ognuna di queste tecniche presuppone secoli
e secoli di osservazione attiva e metodica, ipotesi ardite da scartare o da
convalidare attraverso il controllo di esperienze infaticabilmente ripetute.
Per trasformare una pianta selvatica e
infesta in pianta coltivata, una bestia selvaggia in animale domestico, per far
sorgere nell'una o nell'altra certe proprietà alimentari o tecnologiche che
all'inizio mancavano completamente o potevano appena essere sospettate, per
fare di un'argilla instabile, facile a sbriciolarsi, a polverizzarsi o a
spaccarsi, una terraglia solida e impermeabile (ma soltanto a condizione di
aver determinato tra una quantità di materie organiche e inorganiche quella più
adatta ad essere usata come sgrassante e così il combustibile più idoneo, la
temperatura e il tempo di cottura, il grado di ossidazione efficace); per
elaborare tecniche spesso lunghe e complesse che rendessero possibile la
coltivazione ove manca la terra o l'acqua, trasformare radici e semi velenosi
in alimenti, o utilizzare questa tossicità ai fini della caccia, della guerra,
del rituale, è stato certamente necessario un atteggiamento dello spirito
prettamente scientifico, una curiosità assidua e sempre all'erta, un'esigenza
di conoscenza per il piacere della conoscenza (infatti, poiché solo una piccola
parte delle osservazioni e delle esperienze potevano offrire risultati pratici
e immediatamente fruibili, è lecito supporre che, all'inizio e soprattutto,
esse erano ispirate dal desiderio di sapere). Per non parlare della metallurgia
del bronzo e del ferro, di quella dei metalli preziosi, e anche semplicemente
del lavoro di martellatura del rame nativo, m anticipo sulla metallurgia di
parecchi millenni, e che esigono tutti una competenza tecnica già molto
progredita.
L'uomo del neolitico o della protostoria è
dunque l'erede di una lunga tradizione scientifica; eppure se lo spirito che
ispirava lui e tutti i suoi predecessori fosse stato identico a quello dei
moderni, come potremmo capire che esso abbia subito un arresto e che millenni
di ristagno si siano frapposti come una piattaforma tra la rivoluzione
neolitica e la scienza contemporanea? Questo paradosso non ammette che una
soluzione, cioè l'esistenza di due diverse forme di pensiero scientifico,
funzioni certamente non di due fasi diseguali dello sviluppo dello spirito
umano, ma dei due livelli strategici in cui la natura si lascia aggredire dalla
conoscenza scientifica : l'uno approssimativamente adeguato a quello della
percezione e dell'intuizione, l'altro spostato di piano; come se i rapporti
necessari che costituiscono l'oggetto di ogni scienza, neolitica o moderna che
sia, fossero raggiungibili attraverso due diverse strade, l'una prossima alla
intuizione sensibile, l'altra più discosta.
Non vogliamo ritornare, comunque, alla tesi
corrente (e d'altronde ammissibile, nella prospettiva limitata in cui si
colloca) secondo cui la magia sarebbe una forma timida e balbettante della
scienza: pretendere di ridurre il pensiero magico a un momento o a una tappa
dell'evoluzione tecnica e scientifica, significherebbe rinunciare a ogni
possibilità di comprenderlo. Simile piuttosto a un'ombra che preannunci il
proprio corpo, essa ne possiede la medesima pienezza, e, nella sua
immaterialità, è altrettanto compiuta e coerente quanto l'essere solido da lei
soltanto anticipato. Il pensiero magico non è un principio, uno spunto o un
abbozzo, la parte di un tutto ancora in via di realizzazione, ma un sistema ben
articolato, indipendente, per questo rispetto, da quell'altro sistema che la
scienza sta costruendo, salvo un rapporto di analogia formale che fa del primo
una sorta di espressione metaforica del secondo. Invece di contrapporre magia e
scienza, meglio sarebbe metterle a raffronto come due modi di conoscenza,
diseguali nei risultati teorici e pratici (perché, quanto a questo, è vero che
la scienza ottiene risultati migliori della magia, benché la magia anticipi la
scienza nel senso che anch'essa qualche volta coglie nel segno) ma non rispetto
al genere d'operazioni mentali che entrambe presuppongono e che differiscono
meno in natura che non in funzione dei tipi di fenomeni a cui esse si
applicano.
Questi rapporti dipendono dalle condizioni
oggettive in cui hanno avuto origine la conoscenza magica e la conoscenza
scientifica. La storia di quest'ultima è sufficientemente breve perché si sia
ben informati al riguardo;
il fatto però che l'origine della scienza
moderna risalga soltanto a qualche secolo fa, pone un problema al quale gli
etnologi non hanno riflettuto abbastanza e al quale converrebbe benissimo il
nome di paradosso neolitico.
Proprio nel neolitico si conferma la
maestria raggiunta dall'uomo nelle grandi arti della civiltà : terraglie,
tessitura, agricoltura, addomesticamento degli animali. Oggi, più nessuno
sognerebbe di spiegare queste immense conquiste con il fortuito accumularsi di
una serie di scoperte dipendenti dal caso o rivelate dallo spettacolo di certi
fenomeni naturali, passivamente registrati.
Ognuna di queste tecniche presuppone secoli
e secoli di osservazione attiva e metodica, ipotesi ardite da scartare o da
convalidare attraverso il controllo di esperienze infaticabilmente ripetute.
Avendo notato la rapidità con cui certe
piante originarie del Nuovo Mondo erano state acclimatate nelle Filippine,
adottate e chiamate per nome dagli indigeni, i quali in molti casi sembra ne
abbiano riscoperto anche gli usi medicinali, rigorosamente paralleli a quelli
tradizionali nel Messico, un biologo interpreta il fenomeno nel modo seguente :
Nelle Filippine si usano comunemente contro
il mal di stomaco piante le cui foglie o i cui fusti hanno un sapore amaro.
Ogni pianta introdotta che presenti le medesime caratteristiche sarà
prontamente saggiata. Proprio perché la maggior parte delle popolazioni delle
Filippine fanno costanti esperimenti sulle piante, esse imparano presto a
conoscere, in funzione delle categorie delle proprie colture, i possibili usi
delle piante importate (R. B. Fox, pp. 212-215, citato da Lévi-Strauss).
Per trasformare una pianta selvatica e
infesta in pianta coltivata, una bestia selvaggia in animale domestico, per far
sorgere nell'una o nell'altra certe proprietà alimentari o tecnologiche che
all'inizio mancavano completamente o potevano appena essere sospettate, per
fare di un'argilla instabile, facile a sbriciolarsi, a polverizzarsi o a
spaccarsi, una terraglia solida e impermeabile (ma soltanto a condizione di
aver determinato tra una quantità di materie organiche e inorganiche quella più
adatta ad essere usata come sgrassante e così il combustibile più idoneo, la
temperatura e il tempo di cottura, il grado di ossidazione efficace); per
elaborare tecniche spesso lunghe e complesse che rendessero possibile la
coltivazione ove manca la terra o l'acqua, trasformare radici e semi velenosi
in alimenti, o utilizzare questa tossicità ai fini della caccia, della guerra,
del rituale, è stato certamente necessario un atteggiamento dello spirito
prettamente scientifico, una curiosità assidua e sempre all'erta, un'esigenza
di conoscenza per il piacere della conoscenza (infatti, poiché solo una piccola
parte delle osservazioni e delle esperienze potevano offrire risultati pratici
e immediatamente fruibili, è lecito supporre che, all'inizio e soprattutto,
esse erano ispirate dal desiderio di sapere).
Per non parlare della metallurgia del bronzo
e del ferro, di quella dei metalli preziosi, e anche semplicemente del lavoro
di martellatura del rame nativo, m anticipo sulla metallurgia di parecchi
millenni, e che esigono tutti una competenza tecnica già molto progredita.
Qualsiasi ordinamento è sempre superiore al
caos; anche una classificazione elaborata a livello delle proprietà sensibili è
una tappa verso un ordine razionale. Se si dovesse classificare una raccolta di
frutti vari in ordine alla relativa pesantezza dei corpi, si comincerebbe a buon
diritto col separare le pere dalle mele, benché la forma, il colore e il sapore
non abbiano alcun rapporto col peso e col volume : riunite assieme, le mele più
grosse si distinguono dalle meno grosse più facilmente che mescolate con frutti
di diverso aspetto. Si comprende già da questo esempio come, anche a livello
della percezione estetica, la classificazione abbia un suo valore.
D'altronde, benché non vi sia nessuna
connessione necessaria tra le qualità sensibili e le proprietà, esiste, almeno
in un gran numero di casi, un rapporto di fatto; la generalizzazione di questo
rapporto, anche se priva di fondamento nella ragione, può costituire, per
lunghi periodi, un'operazione praticamente e teoricamente redditizia. Non tutte
le sostanze tossiche sono amare o danno bruciore, e lo stesso vale
reciprocamente; eppure la natura è tale che è più proficuo per il pensiero e
per l'azione procedere come se ad un'equivalenza capace di soddisfare il
sentimento estetico corrispondesse anche una realtà oggettiva. Esula dal nostro
compito ricercare il perché di questo fatto, ma è probabile che certe specie
che presentano caratteristiche più nette di forma, colore, od odore, schiudano
all'osservatore quello che si potrebbe chiamare il droit de suite '. il diritto
cioè di postulare che queste caratteristiche visibili siano il segno di
proprietà altrettanto specifiche, ma celate. Ammettere che il rapporto tra le
due sia anch'esso sensibile (che un seme a forma di dente preservi dai morsi di
serpente, che un succo giallo sia uno farmaco per malattie biliari, ecc.) vale,
a titolo provvisorio, più della noncuranza verso ogni connessione : la
classificazione, anche se eteroclita e arbitraria, salvaguarda la ricchezza e
la varietà di voci dell'inventario; stabilendo che bisogna tener conto di
tutto, facilita il costituirsi di una "memoria".
Ora, è un fatto che metodi di questo ordine
avevano la possibilità di condurre a certi risultati che erano indispensabili
perché l'uomo potesse penetrare la natura da un altro angolo. I miti e i riti,
lungi dall'essere opera di una "funzione tabulatrice", come spesso si
sostiene, hanno il grandissimo merito di preservare fino a noi, in forma
residua, modi di osservazione e di riflessione che furono (e probabilmente
restano) esattamente adeguati a un certo tipo di scoperte : quelle cioè
consentite dalla natura, a cominciare dalla possibilità di organizzare e di
sfruttare speculativamente il mondo sensibile in termini di sensibile.
Proprio per sua essenza, questa scienza del
concreto doveva limitarsi a risultati diversi da quelli destinati alle scienze
esatte e naturali, ma non per questo essa fu meno scientifica e i suoi
risultati meno reali: questi ultimi anzi, impostisi diecimila anni prima degli
altri, rimangono ancora e sempre il sostrato della nostra civiltà.
D'altronde, sopravvive fra noi una forma di
attività che, sul piano tecnico, ci consente di renderci conto abbastanza bene
delle caratteristiche, sul piano speculativo, di una scienza che preferiamo
chiamare "primaria" anziché primitiva: questa forma è di solito
designata col termine bricolage*
Analisi del testo.
"....il
fatto però che l'origine della scienza moderna risalga soltanto a qualche
secolo fa, pone un problema al quale gli etnologi non hanno riflettuto
abbastanza e al quale converrebbe benissimo il nome di paradosso
neolitico."
Chiaramente Levi-Strauss crede,
sbagliandosi, che la scienza sia solo quella che deriva dalla applicazione del
Metodo Scientifico Sperimentale, reso pubblico da Galileo nel 1632. D'altra
parte la scoperta dei satelliti del pianeta Giove,("l pianeti
medicei") venne fatta dallo stesso Galileo con l'uso del
canocchiale,(quindi con una osservazione assistita) e non di certo con l'aiuto
del Metodo Scientifico Sperimentale. Le lune di Giove sono ancora lì, e la loro
scoperta è assolutamente scientifica, verificata e confermata. Del resto, anche
dopo il lancio del primo satellite artificiale, l'astronomia è quasi del tutto
non-sperimentale, ma non per questo è una non-scienza, e meno che mai
astrologia.
"Per
trasformare . . . è stato certamente necessario un atteggiamento dello spirito
prettamente scientifico, una curiosità assidua e sempre all'erta, un'esigenza
di conoscenza per il piacere della conoscenza (infatti, poiché solo una piccola
parte delle osservazioni e delle esperienze potevano offrire risultati pratici
e immediatamente fruibili, è lecito supporre che, all'inizio e soprattutto,
esse erano ispirate dal desiderio di sapere)".
Esiste ed è sempre esistito anche un
"metodo scientifico naturale" che non si impara a scuola, ma è
connaturato a meccanismi cognitivi dell'essere umano.(Cocchi, 2004).
Secondo un punto di vista attuale,
corrispondente ad un riflessione razionale, esso consiste in:
"1.
Osservazione e descrizione di un fenomeno o di un gruppo di fenomeni.
2.
Formulazione di una ipotesi che spieghi tali fenomeni. Nella fisica l'ipotesi
spesso prende la forma di un meccanismo causale o di una relazione matematica.
3. Uso
dell' ipotesi per prevedere l' esistenza di altri fenomeni, o di predire
quantitativamente i risultati di nuove osservazioni." (AA, 1996).
.I primi tre passi formano il Metodo
Scientifico Naturale. L'aggiunta del quarto gradino
"4.
Messa in opera di test sperimentali sulle predizioni da parte di un certo numero
di sperimentatori indipendenti, e di esperimenti condotti in maniera
adeguata.". dà luogo al metodo
scientifico sperimentale.
Quest'ultimo è solo un completamento e la
possibilità di ridurre i tempi di acquisizione dei risultati, ma non è come
moltissimi credono, e lo credeva anche Levi-Strauss, l'opposizione a qualche
cosa di non-scientifico..
Per ritornare al cosiddetto "paradosso
neolitico”, abbiamo a che fare con i
primi tre passi appena descritti, validi in epoca neolitica e validi anche
oggi.
"Oggi,
più nessuno sognerebbe di spiegare queste immense conquiste con il fortuito
accumularsi di una serie di scoperte dipendenti dal caso o rivelate dallo
spettacolo di certi fenomeni naturali, passivamente registrati.
Ognuna
di queste tecniche presuppone secoli e secoli di osservazione attiva e
metodica, ipotesi ardite da scartare o da convalidare attraverso il controllo
di esperienze infaticabilmente ripetute."
Quello che è più strano, ed è questo il
paradosso non del neolitico, ma dello stesso Levi-Strauss, è che pur
ipotizzando la possibilità di una altro metodo scientifico, alla fine esso
viene negato in quanto apparterrebbe solo all' "intuizione
sensibile", quindi non avrebbe dignità di scienza.
"
L'uomo del neolitico o della protostoria è dunque l'erede di una lunga
tradizione scientifica; eppure se lo spirito che ispirava lui e tutti i suoi
predecessori fosse stato identico a quello dei moderni, come potremmo capire
che esso abbia subito un arresto e che millenni di ristagno si siano frapposti
come una piattaforma tra la rivoluzione neolitica e la scienza contemporanea?
"
Quindi, nel neolitico c'era un altro metodo
scientifico, che poi si sarebbe perso. Questo discorso è irreale. Non c'è stato
alcun "arresto" e meno che
mai "millenni di ristagno".
Le nuove acquisizioni sono state fatte esattamente con il metodo posto in atto
dall'uomo neolitico, metodo che funziona ancora ed è utile..
Quindi non ci sono stati i "millenni
bui", come il medioevo non è costituito dai cosiddetti "secoli
bui".
Le acquisizioni scientifiche del Neolitico,
quella “maestria raggiunta dall'uomo
nelle grandi arti della civiltà : terraglie, tessitura, agricoltura,
addomesticamento degli animali” forse non ha avuto bisogno di tempi così
lunghi, e lo stesso Lèvi-Strauss alla fine si contraddice.
Avendo
notato la rapidità con cui certe piante originarie del Nuovo Mondo erano state
acclimatate nelle Filippine, adottate e chiamate per nome dagli indigeni, i
quali in molti casi sembra ne abbiano riscoperto anche gli usi medicinali,
rigorosamente paralleli a quelli tradizionali nel Messico, un biologo
interpreta il fenomeno nel modo seguente :
Nelle
Filippine si usano comunemente contro il mal di stomaco piante le cui foglie o
i cui fusti hanno un sapore amaro. Ogni pianta introdotta che presenti le
medesime caratteristiche sarà prontamente saggiata. Proprio perché la maggior
parte delle popolazioni delle Filippine fanno costanti esperimenti sulle
piante, esse imparano presto a conoscere, in funzione delle categorie delle
proprie colture, i possibili usi delle piante importate (R. B. Fox, pp.
212-215, citato da Lévi-Strauss).
Questa esperienza descritte e riferita dallo
stesso Lévi-Strauss non ha avuto certamente bisogno di “secoli e secoli” per ottenere quei risultati. Vogliamo esagerare?
Al massimo 2-3 secoli, anche se possono essere ben di meno.
“Proprio
per sua essenza, questa scienza del concreto doveva limitarsi a risultati
diversi da quelli destinati alle scienze esatte e naturali, ma non per questo
essa fu meno scientifica e i suoi risultati meno reali: questi ultimi anzi,
impostisi diecimila anni prima degli altri, rimangono ancora e sempre il
sostrato della nostra civiltà.”
Qua tutto giusto, a parte il credere poi che
queste capacità siano andate perse.
"
Questo paradosso [la scientificità
neolitica, poi perduta] non ammette che
una soluzione, cioè l'esistenza di due diverse forme di pensiero scientifico,
funzioni certamente non di due fasi diseguali dello sviluppo dello spirito
umano, ma dei due livelli strategici in cui la natura si lascia aggredire dalla
conoscenza scientifica : l'uno approssimativamente adeguato a quello della
percezione e dell'intuizione, l'altro spostato di piano; come se i rapporti
necessari che costituiscono l'oggetto di ogni scienza, neolitica o moderna che
sia, fossero raggiungibili attraverso due diverse strade, l'una prossima alla
intuizione sensibile, l'altra più discosta."
A mio intendimento, qui c’è un grande
errore. Il Metodo Scientifico Naturale, “approssimativamente adeguato a quello
della percezione e dell'intuizione”, è completamente razionale almeno nella
sua applicazione finale, tant’è vero che consente di utilizzare precise
elaborazioni statistiche.
La base della raccolta dei dati può ben
portare al “ costituirsi di una ‘memoria’
“ e i dati di questa sono selezionati dai meccanismi cognitivi di identità
per similarità ( o, identità sull’attributo), di opposizione, e di un rapporto
pre-logico di causa ed effetto (che è poi il “post hoc ergo propter hoc”.
Una delle conseguenze più drammatiche, o più
ridicole, di questa posizione è che tutto il lavoro dello stesso Lévi-Strauss
non è scientifico (non ha alcuna base sperimentale) ma appartiene solo
all'aneddotica.
“Qualsiasi
ordinamento è sempre superiore al caos; anche una classificazione elaborata a
livello delle proprietà sensibili è una tappa verso un ordine razionale. Se si
dovesse classificare una raccolta di frutti vari in ordine alla relativa
pesantezza dei corpi, si comincerebbe a buon diritto col separare le pere dalle
mele, benché la forma, il colore e il sapore non abbiano alcun rapporto col
peso e col volume : riunite assieme, le mele più grosse si distinguono dalle
meno grosse più facilmente che mescolate con frutti di diverso aspetto. Si
comprende già da questo esempio come, anche a livello della percezione
estetica, la classificazione abbia un suo valore.”
Si
tratta poi di classificazioni fatte sulla base della identità per similarità.
o, identità sull’attributo, e ognuna di esse, come scrive giustamente
Lévi-Strauss, di per sé stessa ha un suo valore.
Del resto, benché non ci sia “nessuna connessione necessaria tra le
qualità sensibili e le proprietà” ….. “Non
tutte le sostanze tossiche sono amare o danno bruciore, e lo stesso vale
reciprocamente”. Pur tuttavia, l’affermazione azzardata che nega qualsiasi “connessione necessaria tra le qualità
sensibili e le proprietà” è poi subito
contraddetta scrivendo che “esiste,
almeno in un gran numero di casi, un rapporto di fatto; la generalizzazione di
questo rapporto, anche se priva di fondamento nella ragione, può costituire,
per lunghi periodi, un'operazione praticamente e teoricamente redditizia.”
Questa
operazione non ha nulla di estetico” (Chissà
cosa intende Lévi-Strauss con questo aggettivo?) ma “la natura è tale che è più proficuo per il pensiero e per l'azione
procedere come se ad un'equivalenza capace di soddisfare il sentimento estetico
corrispondesse anche una realtà oggettiva”.
Questo è esattamente quanto avviene spesso.
"D'altronde,
sopravvive fra noi una forma di attività che, sul piano tecnico, ci consente di
renderci conto abbastanza bene delle caratteristiche, sul piano speculativo, di
una scienza che preferiamo chiamare "primaria" anziché primitiva:
questa forma è di solito designata col termine < bricolage>
Qui, il voler suggerire che l'attività
cognitiva dell'uomo neolitico la si ritrova nel "bricolage" dà l'idea
di una spiegazione semplicistica, ma tenuta assai cara per la sua estrosità.
Senza alcun "bricolage" nella
medicina contemporanea si acquisiscono tuttora informazioni scientifiche con le
stesse modalità non sperimentali, ma efficaci, che usava l'uomo del neolitico.
Quando non si può fare l'esperimento, e spesso non si può fare, non si è a
zero, o si debba prospettare il ricorso alla magia.
"Ho già accennato che la clinica, come
diagnosi del caso singolo, non fa parte della medicina sperimentale, anche se
sicuramente ne è stata sostanziata. Non ne fa parte inoltre l'epidemiologia che
è un conteggio di casi singoli in riferimento ad una popolazione, anche quando essa
non riesca a raggiungere con sicurezza il livello di incidenza ma semplicemente
quello di prevalenza rispetto al campione indagato.
Ricordo di sfuggita che gli exit polls, per
la previsione dei risultati elettorali sono una valutazione di prevalenza, basata
su una popolazione limitata, ma scelta con il miglior criterio di
rappresentatività della popolazione generale. Ancora una volta, nulla a che
vedere con il metodo scientifico sperimentale.
Fino alla fine degli anni Settanta negli
Stati Uniti c'era un rifiuto ufficiale assoluto di accettare l'agopuntura come
pratica medica scientifica, per avendo essa oltre 3000 anni di storia e un
corpus dottrinario molto ben stabilito. La si credeva un placebo un po'
particolare. Solo con la messa in opera della "sham acupuncture" (uso
di punti falsi, al di fuori dei punti tradizionali dei meridiani cinesi) in
soggetti usati come controllo si è acquisito ufficialmente che l'agopuntura era
ed è una tecnica terapeutica efficace. La sua validazione con il metodo scientifico
sperimentale non l'ha assolutamente modificata in meglio.
Funzionava già prima e da molto tempo,
sebbene la sua spiegazione teorica tradizionale sia tuttora molto discutibile.
Però una cosa è il risultato (funziona - non funziona) già elaborabile numericamente
(uno - zero), un'altra è la relativa spiegazione teorica (funziona perché...) e
quest'ultima è legata al livello di conoscenze e di visione del mondo ne!
momento storico in cui è stata proposta. " (Cocchi, 2004)
"Per ritornare alla medicina, quando
grandi ditte farmaceutiche finanziano spedizioni presso tribù con scarsi o
nulli contatti con la nostra civiltà, per sapere dagli uomini-medicina locali
quali sono le piante curative usate e per quali disturbi, non cercano solo di
risparmiare tempo e denaro nella ricerca, che così potrà essere già orientata
per la individuazione dei principi attivi (7). Danno per scontato che possano
esserci delle conoscenze scientifiche mediche, acquisite al di fuori del metodo
scientifico sperimentale".
Conclusioni.
L'ipotesi del cosiddetto "paradosso
neolitico" avanzata dall'antropologo Claude Lèvi-Strauss nel suo libro
"
Pur supponendo chiaramente la presenza di un
metodo scientifico differente dal Metodo Scientifico Sperimentale, non è stato
in grado di portare a conclusione teoretica quanto aveva sotto gli occhi, e ha
"preferito" liberarsi del problema, denominandolo come paradosso.
Purtroppo il vero paradosso è costituito da
questa conclusione sbagliata di Lévi-Strauss, come tale del tutto incomprensibile,
solo giustificabile in termini di scientismo, e di errata convinzione che la
scienza progredisca solo tramite il Metodo Scientifico Sperimentale.
Bibliografia
AA.VV.
Introduction to the Scientific Method and Astronomy.
Cocchi R. Dominanza emisferica imperfetta e
comportamenti cognitivi: Considerazioni speculative. Riv Ital Disturbo
Intellet. 1994, 7: 55-61.
Cocchi R. Il metodo scientifico naturale
nella medicina contemporanea. Lo Spallanzani 2004, 18:
31-36.<www.stress-cocchi.net/Speculation5-it.htm>
Lévi-Strauss C. La pensée sauvage. Plon,
Parigi 1962 (Trad.it. Il pensiero selvaggio. Il Saggiatore, Milano, 1966).
Maxwell
N. Witch doctors apprentice: Hunting for medicinal planis in the
Immesso in internet il 24
ottobre 2007. Copyright by Renato Cocchi, 2007.
Corrispondenza: Dr. Renato Cocchi, Via
Rabbeno, 3
42100 Reggio Emilia
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